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SVIZZERACaccia alle streghe: oltre 2mila vittime, ma nessun monumento

06.11.23 - 06:30
Ora l'associazione Les sans Pages intende ridare un nome alle persone che per centinaia di anni sono state perseguitate in Svizzera
Wikimedia Commons
Estratti dagli archivi giudiziari e notarili sui processi per stregoneria a Sion
Estratti dagli archivi giudiziari e notarili sui processi per stregoneria a Sion
Caccia alle streghe: oltre 2mila vittime, ma nessun monumento
Ora l'associazione Les sans Pages intende ridare un nome alle persone che per centinaia di anni sono state perseguitate in Svizzera

GINEVRA - La prima di cui abbiamo traccia risale al 1428, l'ultima al 1782. In soli 300 anni in quella che è l'attuale Svizzera sono state perseguitate e uccise oltre 2'600 persone, la maggior parte delle quali nel canton Vaud. Vittime di un sistema ben più complesso della sola Inquisizione e in cui la politica ha avuto un ruolo quasi predominante, sono finora rimaste sconosciute e senza nome. Attorniate da stereotipi e pregiudizi.

Ora l'associazione Les Sans PagEs di Ginevra intende cartografare tutte le vittime della Caccia alle streghe avvenuta nei confini della Confederazione - il primo incontro è avvenuto a Ginevra il 4 novembre - e chiedere che venga eretto un monumento alla loro memoria. «Abbiamo memoriali ai caduti per le guerre mondiali. Se finora non è stato fatto anche per queste vittime, è perché viviamo immersi in un sistema patriarcale e la maggior parte delle persone giustiziate erano donne», ci ha spiegato Natacha Rault, responsabile del progetto e che abbiamo intervistato.

Come si è sviluppata in Svizzera la caccia alle streghe?
«Le cacce alle streghe sono cominciate in Svizzera, per quanto siamo riusciti ad appurare finora grazie a registri giudiziari, nel 1428 a Sion. Già prima comunque delle “streghe” venivano giustiziate: abbiamo elementi che indicano che ciò è accaduto in varie epoche, in particolare in Cina. Ma quello che comincia nel 1400 è diverso: c’è la paura che vi sia un complotto, degli esseri malefici e radicati».

Come vi abbiamo messo fine?
«Non ho una risposta scientifica a questa domanda. Posso dire che in Francia per esempio, con il caso dei Veleni nel 1682, il re revoca la legge che condanna le persone per stregoneria e la sostituisce con il crimine per avvelenamento. In Austria, è Maria Teresa d’Austria a intervenire nell’affare di una strega che è stata torturata. Recupera la giovane e la fa esaminare dal suo medico personale e lì abroga la legge che permette di perseguitarle. È sicuramente stato un affare e un percorso europeo, con libri e idee che viaggiavano attraverso lo spazio. Localmente, dovremmo studiare gli ultimi processi avvenuti in Svizzera, come quello a Ginevra di Michée Chauderon (giustiziata, ma non bruciata per ammissione) e di Anna Goldin in Svizzera (1782)».

Quante persone sono state perseguitate e uccise?
«Per il Ticino non abbiamo dati. Ho cominciato a studiare il Vallese, quindi Friburgo e Vaud, che ho appena avviato. Per ogni regione poi stiliamo un documento con tutti i dettagli rispetto ai processi. A oggi sappiamo che è nel canton Vaud che sono state uccise più persone, parliamo di almeno 2mila vittime - è un dato della Rts, non so come vi siano arrivati. Di certo inoltre è noto che in Svizzera e Germania, per quanto riguarda l’Europa, è dove sono state uccise più persone per “stregoneria” in rapporto alla popolazione. Inoltre in Svizzera venivano bruciate vive: generalmente morivano per asfissia, tra dolori atroci. In Inghilterra per esempio le impiccavano, tagliavano loro la testa e quindi le bruciavano».

Chi si occupava generalmente della persecuzione?
«Il pregiudizio che abbiamo è che a condurre queste cacce fossero unicamente la Chiesa e la religione. Ma la politica ha avuto un ruolo molto importante. Per quanto riguarda il Vallese, per esempio, avevamo Walter Supersaxo (principe e vicario alla cattedrale di Sion nel 1436, ndr) che cercava di unificare il cantone. Si erano venute a creare delle frizioni e, a mio avviso personale, non esisteva un atto politico più forte del bruciare viva una persona. La ricerca ci dice che sì c’era la Chiesa, sì c’era l’Inquisizione, ma c’erano anche i signori terrieri a portare avanti la caccia. Supersaxo ha perseguitato degli uomini molto ricchi. In un caso in particolare ha fatto bruciare vivi un uomo e i suoi bambini così da recuperarne la signoria e darla quindi in dotazione a un suo figlio illegittimo. In Svizzera i beni delle persone bruciate vive andavano alla Chiesa, in Vallese andavano al Vicario che è riuscito ad avviare una caccia e ad arricchirsi convincendo i cittadini che alcuni dei suoi avversari politici fossero degli stregoni. Analogamente, a Friburgo è stata condotta una caccia nelle campagne e l’inquisitore è stato mandato via».

Come si svolgeva un’esecuzione?
«In generale era pubblica. Se guardiamo all’inquisitore, lui portava avanti la procedura giudiziaria e dava la condanna. Ma il tribunale dell’inquisizione non eseguiva la sentenza. Questo perché nella Chiesa Cattolica i preti non hanno il diritto di far colare del sangue. Sono quindi le autorità laiche a prendere a carico l’esecuzione. Questa particolarità del sangue la vediamo anche nelle torture. Le persone perseguitate non venivano ferite in modo da creare delle lesioni esterne. Esisteva per esempio come sistema di tortura il tratto di corda, che consisteva nel distorcere le braccia fino a spezzarle».

Crede che la tematica dovrebbe essere maggiormente affrontata in Svizzera?
«Penso che innanzitutto dovremmo procedere come in Norvegia, ossia realizzando un monumento alla memoria delle vittime. Ciò che al momento si fa è racchiuderle tutte in un solo nome. Esattamente come quando si sceglie un premio Nobel: si parla di Marie Curie, di Ada Lovelace. Se ne prende una e questa viene tokenizzata e tutte le altre scompaiono dietro, nonostante avessero le stesse competenze o gli stessi problemi. In Svizzera per esempio ricordiamo Anna Goldin come l’ultima “strega” uccisa. Ma di cosa stiamo parlando? Perché potrebbero esserci state altre donne dopo di lei accusate, ma non giustiziate; torturate e/o stigmatizzate».

Da dove intendete partire?
«Quello che intendiamo fare ora è insegnare alle persone un metodo per cartografare questi eventi e quindi richiedere un monumento o un memoriale, magari nel canton Vaud. Se finora non è stato fatto, è a causa del sistema patriarcale in cui viviamo. Perché qui parliamo nella maggior parte dei casi di donne uccise e quindi di femminicidi. Va precisato che in principio in Vallese venivano uccisi uomini e donne in pari numero, ma molto velocemente è diventata una caccia alle donne. Perché? La mia teoria personale è che ci trovavamo in un periodo in cui stava per arrivare il movimento delle enclosures (che comporteranno l’abolizione dei diritti consuetudinari delle comunità dei villaggi, ndr) in alcune regioni».

Come funziona la formazione?
«Innanzitutto spieghiamo ai partecipanti come utilizzare Wikidata. Una volta raccolti i dati, i nomi delle vittime appariranno sulla carta. Cercheremo anche di capire tutto quello che è avvenuto intorno ai processi, chi erano i giudici, per esempio. Mi appoggio in particolare al libro “Si je le veux, il mourra” di Sophie Simon nel quale vengono trattati quattro processi a Ginevra e che esaminano in dettaglio tutte le parti coinvolte. Per Friburgo possiamo appoggiarci al materiale che si trova online, in quanto il cantone ha pubblicato tutti gli atti reperibili su internet. Sarebbe molto interessante poter andare cantone per cantone ed entrare negli archivi. C’è qualcuno che lo ha fatto, il museo delle streghe di San Gallo, ma non si tratta di una ricerca accademica e a mio avviso i risultati ottenuti sono fortemente di parte. A livello scolastico, se qualcuno volesse provarci, in Scozia una studentessa è riuscita a cartografare tutte le vittime del suo Paese. Grazie al suo lavoro sappiamo per esempio che coloro che erano state ritenute delle streghe non erano solo ostetriche, ma c’erano vagabondi e cameriere per esempio. L’analisi dei dati ci permette di uscire dagli stereotipi. Molte delle donne uccise erano molto giovani o anziane. Tipicamente, quando si trovavano nell’età in cui avrebbero potuto avere dei figli, erano accusate minormente. Tutto questo mi fa dire che bisognerebbe chiedersi quale valore diamo alla vita e alla persona quando è di genere femminile».

Les Sans PagEs è attualmente attiva a Ginevra e non dispone di dati per il Ticino. L'associazione è tuttavia aperta a collaborazioni con il cantone.

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