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LUGANOGiacomo Poretti racconta al LAC la sua vecchia vita da infermiere

13.10.21 - 06:00
Il monologo "Chiedimi se sono di turno" è in programma questo weekend a Lugano. Per l'occasione lo abbiamo intervistato
Foto: Federico Buscarino
Giacomo Poretti racconta al LAC la sua vecchia vita da infermiere
Il monologo "Chiedimi se sono di turno" è in programma questo weekend a Lugano. Per l'occasione lo abbiamo intervistato

LUGANO - Venerdì e sabato Giacomo Poretti (il Giacomino del trio Aldo, Giovanni e Giacomo) sarà al LAC con il suo spettacolo "Chiedimi se sono di turno", un monologo nato dalla sua esperienza d'infermiere. Per l'occasione lo abbiamo intervistato. 

Questo fine settimana sarà al LAC di Lugano con il suo spettacolo. Ci può anticipare qualcosa? 
«Lo spettacolo è ambientato in un ospedale, in cui un infermiere sta svolgendo il turno di notte. E racconta come è finito a lavorare tra le corsie: è entrato come semplice ausiliario delle pulizie, e man mano, un po' per necessità dell'ospedale, e un po' perché lui si è appassionato, si è fermato lì 11 anni. E racconta ciò che ha visto dal punto di vista dell'infermiere in tutti quegli anni».

Il titolo però mi ricorda qualcosa...
«Certo, parodia un po' il titolo del nostro successo di Aldo, Giovanni e Giacomo "Chiedimi se sono felice"». 

Cosa l'ha spinta a parlare del mestiere dell'infermiere?
«È molto autobiografico, perché ho lavorato tanti anni in ospedale proprio come infermiere prima di fare il comico, ed è stata un'esperienza talmente forte che sentivo l'esigenza di raccontarla, anche in maniera comica».

Il mestiere d'infermiere e quello di comico hanno qualcosa in comune? 
«Forzandolo un po', entrambi si prendono cura delle persone. L'infermiere per evidenti motivi, e il comico perché cerca di farli divertire».

Come ha vissuto la pandemia?
«Mi sono ammalato quasi subito, e fortunatamente ne sono uscito bene, solo con tanta febbre e dolori, e tanta paura». 

Cinema, teatro, televisione, libri... c'è un'esperienza che ancora le manca e che vorrebbe fare?
«No, in realtà no. Il teatro è forse quello che ci appartiene di più. E in questi giorni è in uscita anche la mia ultima fatica letteraria che si intitola "Turno di notte", che riprende in parte lo spettacolo. Ci mancherebbe solo di cantare, ma sono talmente stonato che è meglio di no». 

Lo sketch che rifarebbe ogni giorno? 
«Mi divertiva molto fare quello dei bulgari, ma richiede una prestanza fisica che credo di non possedere più. Ma anche quello della macchina, del tranviere, che si possono fare a qualsiasi età». 

A novembre come festeggerete i trent'anni di carriera del trio?
«Stiamo pensando di raccontare televisivamente, attraverso uno speciale, l'esperienza trentennale». 

Com'è salire sul palco da soli, rispetto a quando si è in tre?
«Cambia radicalmente, la responsabilità è suddivisa quando si è in tre. Da soli è più una questione di memoria». 

Oggi è più difficile far ridere?
«Non saprei, per quanto riguarda noi tre lo stile è sempre quello e continua a funzionare. La gente ha sempre voglia di divertirsi». 

Siete riusciti a far ridere anche i ticinesi con gli sketch sugli svizzeri, un'impresa non da poco. Qual è il suo rapporto con il Ticino? E perché nominate spesso Viganello?
«Sono nato nell'alto milanese, non molto distante dal confine. E da bambini si andava spesso in Svizzera a fare benzina, a comprare il cioccolato. E poi il fatto che la lingua fosse quella, nonostante le storpiature, ci fa sentire a casa. E citiamo spesso Viganello perché musicalmente fa ridere». 

Progetti per il futuro? 
«L'anno prossimo, pandemia permettendo, faremo un altro film». 

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