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CANTONE«Avevo un diavolo in casa. E vivevo nella paura»

24.11.23 - 06:30
Parla una ticinese uscita da un incubo durato 30 anni. Quello della violenza domestica.
Deposit (simbolica)
«Avevo un diavolo in casa. E vivevo nella paura»
Parla una ticinese uscita da un incubo durato 30 anni. Quello della violenza domestica.

LUGANO - «Il mio ex marito non mi faceva uscire e non mi permetteva di avere un telefono. Non voleva che lavorassi e nemmeno che mi truccassi». È una storia segnata dalla sofferenza quella della ticinese Nadia*, vittima di violenza domestica per ben 30 anni. Una storia che, in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, che ricorre domani, ha deciso di raccontare a Tio/20minuti.

Botte e paura - «Lui è sempre stato geloso e ossessivo nei miei confronti, ma all’inizio io ero troppo giovane e innamorata per rendermene conto», spiega. «Con il passare del tempo le cose sono però progressivamente andate a peggiorare, beveva e gli episodi di violenza si verificavano con maggiore frequenza. Negli ultimi anni della nostra relazione alzava le mani su di me praticamente ogni giorno, bastava una parola fuori posto e arrivavano le botte. Avevo un diavolo in casa e vivevo nella paura».

«Volevo morire» - E uscire dal buio di quel tunnel non è stato facile. «Ho provato più volte ad andarmene, ma lui faceva mille promesse e io tornavo. Alla fine ero così sfinita e disperata che volevo solo morire». Nel 2021 arriva però il punto di svolta. «Una sera, dopo l'ennesima immotivata scenata di gelosia, ho deciso di non tornare più a casa». Nadia* trova così rifugio alla Casa delle Donne, struttura che offre protezione alle vittime di violenza domestica.

La rinascita - «Sono entrata nella casa protetta senza speranza e senza obiettivi e ne sono uscita rinata», sottolinea. «Mi sono sentita al sicuro e ho capito cosa ho rischiato in varie occasioni. Sapevo di non essere più sola e ho fatto il mio percorso senza mai voltarmi indietro». E un passo alla volta Nadia* riprende in mano la sua vita: «Con il supporto della Casa delle Donne ho chiesto la separazione e ho trovato un lavoro e un appartamento».

Certo, un trauma così forte non si supera da un giorno all’altro: «Per due anni ho seguito un percorso di terapia che mi ha aiutata molto. E anche l’attività fisica è stata uno sfogo importante». Oggi, però, Nadia* sta bene. «Sono serena. È bellissimo alzarmi la mattina e non avere più addosso quella paura che ti entra nelle ossa». E alle donne che stanno subendo gli stessi soprusi fisici e psicologici lancia un appello importante: «L’aiuto, se lo si chiede, viene dato. C’è sempre la possibilità di uscirne, anche dopo tanti anni: io ne sono la prova vivente».

Una mano tesa, tra le varie organizzazioni attive sul territorio ticinese, si trova ad esempio nelle case protette: Casa Armònia per il Sopraceneri e Casa delle Donne per il Sottoceneri.

«Le proteggiamo, non le giudichiamo» - «La nostra struttura può ospitare fino a cinque donne e nove bambini», ci spiegano le educatrici della Casa delle Donne. «Nei giorni successivi all’arrivo nella casa protetta lasciamo che la donna si riposi, perché generalmente le vittime di violenza domestica vivono in un costante stato di allerta». Il riposo è infatti essenziale per iniziare un percorso: «Poter dormire un paio di notti senza la paura che qualcuno ti aggredisca o ti insulti fa la differenza. Intanto ci si conosce, e se la donna vuole iniziare a raccontarsi può farlo. Ma solo in seguito, con la mente più lucida, si possono prendere delle decisioni».

Le vittime di violenza si trovano infatti confrontate con emozioni contrastanti: «Da un lato sono orgogliose di quello che hanno fatto, dall’altra sono spaventate per la reazione del loro partner e per le possibili ripercussioni».

In una seconda fase le educatrici illustrano alla donna i suoi diritti e le varie possibilità di scelta a sua disposizione. «Il nostro compito non è quello di consigliare o giudicare, ma solo quello di informare le vittime e accompagnarle nelle loro decisioni. Questo affinché le loro scelte siano dettate da una consapevolezza», precisano. Le parole d’ordine sono quindi tre: protezione, informazione e assenza di giudizio. La buona notizia, in ogni caso, è che la maggior parte delle vittime non torna sui suoi passi: «Mediamente solo una donna su 20 ritorna con il partner dopo essere stata alla Casa delle Donne».

Quando la denuncia fa paura - Ma perché solo una minoranza sporge denuncia? «C’è timore per le conseguenze, sia a livello di violenza, sia rispetto a quanto può accadere all’ex partner. Molte donne si dicono infatti “è comunque stato mio marito” oppure “resta il padre dei miei figli” e, nonostante tutto, non vogliono che all’autore della violenza accada qualcosa di brutto». A spaventare è anche «l’iter burocratico della denuncia, il fatto di dover raccontare di nuovo tutto e la paura di non essere credute».

Non è però obbligatorio denunciare per ottenere un aiuto concreto, specificano le educatrici. «La denuncia è certamente utile, ma non è l’unico strumento a disposizione delle vittime. Il nostro interesse, in primis, è che la donna sia protetta». E il messaggio è chiaro: «Non abbiate paura di fare il primo passo. Potete chiamare il consultorio e chiedere informazioni anche in forma anonima».

La cultura della violenza - Per quanto concerne la prevenzione, però, l’intervento va fatto a monte. «Dal punto di vista della sensibilizzazione si può ancora lavorare tanto, soprattutto nelle scuole, perché la cultura della violenza viene spesso trasmessa di generazione in generazione». Si crea così un circolo vizioso: «Se il nonno picchiava la nonna e il padre finisce per comportarsi allo stesso modo con la madre, il figlio rischia a sua volta di ricreare queste dinamiche nelle sue relazioni. È un ciclo che se non viene spezzato continua a ripetersi».

*nome di fantasia, nome reale conosciuto alla redazione

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