Brexit: ecco perché l'Europa si sta spaccando

Come si è arrivati a uno degli eventi politici più sconvolgenti degli ultimi 30 anni e tutti i dubbi che restano sul futuro di Regno Unito ed Unione Europea

Il 23 giugno 2016, oltre 17 milioni di persone, pari al 51,9% dei voti, si sono espresse a favore dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Risale a questa storica data la nascita della parola ‘Brexit’, contrazione di ‘Britain exit’, che da allora compare quotidianamente nei telegiornali e testate giornalistiche.

Quella che infatti è stata definita come ‘una democratica rivoluzione’ ha tempi lunghi e, verrebbe da dire, esiti incerti, viste le difficoltà della premier Theresa May nel mettere d’accordo tutte le parti in causa.

Regno Unito e Unione Europea, una storia tesa


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Nigel Farage, la voce degli antieuropeisti, a Strasburgo nel 2011.

Il difficile rapporto tra Regno Unito ed Europa ha radici antiche. Non è da imputarsi solo alla potenza militare il fatto che in 950 anni di storia la Gran Bretagna non sia mai stata invasa, ma più propriamente a quella distanza, anche fisica rappresentata dal Mare del Nord e lo stretto della Manica, che ha rafforzato un sentimento proprio del popolo inglese: quello di mantenere un certo distacco.

In termini propriamente politici, tale sentimento può essere riassunto in «prendiamo dalla Comunità Europea il buono che ne può venire, ma noi siamo altra cosa»: non è un caso infatti che da subito la Gran Bretagna abbia deciso di non aderire all’Euro come moneta unica. Così come non è un caso che dalla grave crisi finanziaria del 2008, si sia rafforzato, e non solo in Gran Bretagna, un sentimento di ‘euroscetticismo’ che propugna l’idea che per rimettersi in piedi e migliorare le condizioni economiche dei propri abitanti, sia necessario riprendere in pieno il controllo politico del proprio Paese. Questo si traduce nella volontà di limitare al minimo le ingerenze europee nelle questioni di politica interna ed è proprio questo sentimento che ha decretato il successo del partito antieuropeo Ukip di Nigel Farage. 


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Migranti a Calais in attesa di attraversare la Manica.

Contingenze interne ed esterne hanno quindi portato alla Brexit: alla crisi finanziaria del 2008, e alla maggiore pressione fiscale imposta dalla Comunità Europea, si è andato diffondendo tra la popolazione inglese un sentimento di insicurezza dovuta alle sempre crescenti ondate migratorie, le quali hanno comportato, a loro volta, la sensazione di impoverimento dovuto alla crescente difficoltà di reperire alloggi, assistenza medica e servizi scolastici.

E se è vero che la Gran Bretagna ha una lunga tradizione di accoglienza e di integrazione, è anche vero che dalla metà degli anni ’90 il numero di migranti è cresciuto esponenzialmente.

 

 Cameron e le prime idee per un referendum


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David Cameron e Barack Obama al vertice NATO di Chicago nel 2012.

Durante il vertice della NATO, nel maggio 2012, il Primo ministro britannico David Cameron propose, per la prima volta, l’idea di utilizzare un referendum sull’Unione Europea quale concessione per rafforzare l’appoggio al proprio Governo dell’ala euroscettica del Partito conservatore.

Nel gennaio 2013 il Premier Cameron promise che se il partito conservatore avesse vinto le elezioni politiche del 2015, il governo britannico avrebbe rinegoziato con l’Unione Europea un regime più favorevole a fronte della permanenza del Gran Bretagna nell’Unione stessa; effettivamente, nel maggio 2013, il partito conservatore presentò un progetto di legge referendaria sulla permanenza nell’Unione Europea e stabilì i termini della rinegoziazione e del voto ‘dentro o fuori’ se fosse stato confermato quale partito in carica al governo.

Il progetto di legge venne approvato, in seconda lettura, il 5 luglio 2013, con 304 voti a favore e nessuno contrario, ma con l’astensione di tutti i deputati laburisti e liberaldemocratici e successivamente, conclusosi l’iter alla Camera dei Comuni nel novembre 2013, trasmesso nel dicembre 2013 alla Camera dei Lord, i cui membri però votarono per bloccarne l’attuazione. 


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Un Farage festante dopo il trionfo alle urne.

A seguito delle elezioni del Parlamento europeo nel 2014, il Partito indipendentista del Regno Unito, Ukip, si assicurò la maggioranza del voto popolare, ottenendo il maggior numero di seggi britannici al Parlamento europeo.

Nei primi mesi del 2014 il Primo ministro David Cameron imbastì una prima bozza di proposte di cambiamento nei rapporti tra Regno Unito e Unione Europea, tra le quali spiccavano quelle su regole più severe in tema di immigrazione dei cittadini extra Ue e per i cittadini UE già presenti sul territorio britannico, nuovi poteri ai parlamentari nazionali, la diminuzione della influenza della Corte europea dei diritti dell’uomo sul sistema giudiziario interno, più poteri ai singoli stati membri e meno alla politica centrale europea.

Nelle intenzioni del premier Cameron c’era quella di discutere queste proposte avviando una serie di negoziati con altri leader dell’Unione europea e poi, se rieletto, annunciare il referendum per dimostrare la concretezza dell’opzione di uscita del Regno Unito dall’Unione e avere più possibilità di successo.

A seguito della vittoria del Partito conservatore nelle elezioni generali del maggio 2015, David Cameron ribadì l’impegno preso durante la campagna elettorale del suo partito ad avviare l’iter per indire un referendum per la conferma o meno dell’adesione del Regno Unito all’Unione Europea, ma solo dopo «la negoziazione di un nuovo insediamento per la Gran Bretagna dell’Unione europea».

I negoziati iniziarono effettivamente nel febbraio del 2016 ma contemporaneamente, per avere maggior margine di manovra nelle trattative, Cameron scelse di chiamare gli elettori britannici al referendum sulla Brexit, dichiarandosi però egli stesso contrario all’uscita dall’Unione europea. 

Due fronti contrapposti


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Giovani manifestanti in piazza per il "Remain"

Durante la campagna elettorale vennero quindi a formarsi due fronti diametralmente opposti: da un lato vi era il fronte ‘Remain’, rimanere, formato dalla metà dei conservatori guidati da Cameron, dai laburisti, dai liberaldemocratici, dai Verdi d’Inghilterra e Galles e dal Partito nazionalista scozzese, mentre in senso contrario si poneva il fronte ‘Leave’, lasciare, capeggiato da Boris Johnson anch’egli del Partito conservatore e dal Partito per l’indipendenza del Regno Unito di Nigel Farage.

I sostenitori della permanenza difendevano l’idea che lasciare l’Ue avrebbe comportato per il Regno Unito la perdita della propria prosperità, dato che sarebbe diminuita la sua influenza negli affari mondiali, e avrebbe messo a repentaglio la propria sicurezza nazionale riducendo l’accesso ai database criminali comuni europei oltre che causare l’imposizione di dazi tra Regno Unito ed Unione europea a cui sarebbero seguiti la perdita del lavoro, ritardi negli investimenti e rischio per il mondo degli affari. 


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Boris Johnson durante il suo tour elettorale per il "Leave"

I favorevoli al ritiro, di contro, sostenevano che l’Unione europea avesse un deficit democratico e che il rimanere minasse la sovranità nazionale. Sempre secondo tale fazione, l’uscita del Regno Unito dall’Ue avrebbe permesso di controllare al meglio l’immigrazione, di risparmiare i milioni di sterline pagate ogni anno all’Unione europea, di concludere autonomamente vantaggiosi trattati commerciali e liberato la Gran Bretagna dalle regolamentazioni comunitarie e dalla sua burocrazia.

L’analisi dei sondaggi rivelò che i giovani elettori erano tra i sostenitori della permanenza nell’Ue, così come le grande imprese, mentre l’euroscetticismo era più dilagante tra le persone anziane e di basso reddito e le piccole imprese, pur avendo delle proprie roccaforti anche tra i ceti più abbienti.

La campagna elettorale venne combattuta con toni aspri e veementi e in un tale clima politico trovò compimento l’assassinio della parlamentare Jo Cox, pro ‘Remain’, avvenuto a Leeds il 16 giugno 2016 ad opera di un fanatico oppositore. Il tragico fatto di sangue portò ad una sospensione della campagna elettorale.


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Una manifestazione di cordoglio e di affetto nei confronti di Jo Cox, in Parliament Square.

Il 23 giugno dello stesso anno, si svolse lo storico referendum sulla Brexit nel Regno Unito e a Gibilterra che vide la vittoria del fronte ‘Leave’ con una maggioranza del 51,9% a fronte del 48% dei sostenitori della permanenza all’interno dell’Unione europea.  


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Per permettere lo svolgimento del referendum si è reso necessario l’emanazione di due atti legislativi: il primo, la legge referendaria, è stato approvato nel 2015 dal Parlamento del Regno Unito, ricevendo l’approvazione reale il 17 dicembre 2015, mentre la seconda legge, l’Atto sul referendum dell’Unione europea è stato approvato nel 2016 dal Parlamento di Gibilterra, ricevendo l’assenso reale il 28 gennaio 2018.

Il primo effetto concreto della vittoria del fronte ‘Leave’ sono state le dimissioni quali Primo Ministro di David Cameron che era stato promotore del referendum ma che aveva sempre perorato la causa del fronte opposto, cioè a favore della permanenza nell’Unione europea.

 Inizia l’era May 


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Theresa May con il marito, all'entrata nel numero 10 di Downing Street. 

 

 

 

Il 13 luglio, al premier uscente Cameron, subentra Theresa May, la quale aveva sostenuto il ‘Remain’ in maniera non troppo convinta e cheall’atto del suo insediamento pronuncia la storica frase «Brexit means Brexit», Brexit significa Brexit, ponendo una pietra tombale sull’esito referendario. Il referendum del 23 giugno ha avuto carattere consultivo e non vincolante: per poter concretizzare la volontà del Paese di uscire dall’Unione europea, la premier May deve avviare l’applicazione dell’ art 50 del Trattato di Lisbona e il conseguente negoziato con gli altri Stati membri.

Ed è ciò che è successo in questi due anni durante i quali tra lunghe trattative all’interno del Governo, diviso tra ultraconservatori, conservatori moderati e liberali, bozze di accordi e una incombente crisi economica, nel Regno Unito si sono levate le proteste di chi inizia a dubitare sulla effettiva convenienza, in termini anche economici, dell’esito referendario. 


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Gina Miller.

Sul tema dell’art 50 si è espressa l’imprenditrice Gina Miller la quale, dopo l’esito referendario, ha sollevato, davanti alla Corte Suprema, l’obiezione secondo la quale l’unico organo legittimato a decidere sull’effettiva uscita del Regno Unito dall’Ue è il Parlamento che può allo stesso modo revocarla.

Il 24 gennaio 2017 la Suprema Corte, ha accolto il ricorso affermando che il Parlamento deve essere consultato prima dell’attivazione della procedura dell’art 50, motivo per cui il 29 marzo 2017, a seguito dell’approvazione da parte del Parlamento del Regno Unito di una legge nota come European Union Act, l’ambasciatore del Regno Unito presso l’Unione Europea consegna ufficialmente la lettera del primo ministro Theresa May al presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, dando così avvio alla procedura.
Il 19 giugno 2017 ha inizio la prima sessione dei negoziati d’uscita a Bruxelles mentre il 12 settembre la Camera dei comuni approva il Great Repeal Bill, la legge quadro che assorbe la legislazione europea in quella nazionale e abroga l’European Communities Act del 1972. La premier May propone l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea alle ore 23 del 29 marzo 2019, ma il 19 marzo 2018 viene raggiunto un accordo di massima sul ‘periodo di transizione’, in cui, al termine dei negoziati sulla Brexit fissato appunto per il 29 marzo, tutto resterà invariato fino al 31 dicembre 2020, data nella quale la Brexit sarà definitivamente esecutiva. 

Finalmente l’accordo


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Theresa May a Bruxelles.

Il tutto sembra procedere quando ecco che l’8 e il 9 luglio, ad un giorno di distanza l’uno dall’altro, si dimettono il ministro della Brexit David Davis e il ministro degli esteri Boris Johnson in quanto in totale disaccordo con i principi stabiliti circa le relazioni future con l’Ue. Per Theresa May è un vero scossone ma i negoziati proseguono e il 13 novembre di quest’anno la Gran Bretagna e l’Unione Europea raggiungono il sospirato accordo provvisorio sul testo del trattato che regolerà la Brexit e la premier May convoca per il 14 novembre una riunione straordinaria per sottoporre l’accordo al giudizio dei suoi ministri. Dopo una riunione di 5 ore la May annuncia il via libera al testo e il 25 novembre i 27 leader riuniti a Bruxelles per un Consiglio europeo straordinario approvano la bozza di accordo sulla Brexit.


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L'accordo in breve:
In sostanza i punti salienti dell’accordo stabiliscono la fine della libera circolazione dei cittadini inglesi in Europa, per entrare nel Regno Unito servirà un valido documento di viaggio, la cessazione dei versamenti economici all’Ue e della giurisdizione della Corte di giustizia europea. Tutti i cittadini europei giunti in Gran Bretagna entro il marzo del 2019 potranno trattenersi a tempo indeterminato mentre, dopo tale data, per chi va in Gran Bretagna per motivi di lavoro occorrerà il rilascio di un visto per motivi professionali.

 

La delicata questione dell’Irlanda del Nord


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Anche dopo il raggiunto accordo del 25 novembre la strada della premier Theresa May per l’attuazione della Brexit appare più impervia che mai. Tante le problematiche che si parano davanti al premier: in primo luogo il problema non risolto della questione dell’Irlanda del Nord. Nell’accordo è previsto una specie di regime speciale per l’Irlanda del Nord che rimarrebbe in una sorta di mercato comune europeo ed unione doganale, fino a quando non verrà trovata una soluzione migliore a lungo termine.

Questo per evitare il ritorno di un confine tra Belfast e la Repubblica d’Irlanda con il concreto rischio che si creino nuove tensioni sull’isola. Entrambe le parti in causa concordano sul fatto che il confine tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda debba rimanere libero, ma sono in disaccordo sulle modalità di attuazione del piano noto con il nome di ‘backstop’.


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Theresa May con Jean-Claude Juncker a Bruxelles.

Per l’Ue infatti l’Irlanda del Nord dovrebbe rimanere nel mercato unico e i controlli doganali dovrebbero avvenire tra Irlanda del Nord e Regno Unito, mentre per il premier May il piano dovrebbe prevedere che l’intero paese rimanga nel mercato libero anche dopo il termine di uscita del 2020. Questo importante punto dell’accordo scontenta i fautori della Brexit e la May persegue la volontà di poter ottenere dagli stati membri una sorta di ‘dichiarazione esplicativa’ che sottolinei la temporaneità di tale soluzione.


Sul punto però il presidente della Commissione europea Juncker è stato chiaro: «Quel patto non si tocca e i negoziati non si riaprono» motivo per cui la missione della May di modificare l’accordo raggiunto appare praticamente impossibile. Era infatti previsto per martedì 11 dicembre il voto di ratifica sull’accordo relativo alla Brexit da parte del Parlamento ma è stata proprio la May a dichiarare il rinvio della procedura di voto ammettendo, tra gli sberleffi di alcuni parlamentari, che l’accordo votato a Bruxelles non sarebbe passato proprio a causa dei dissensi relativi al tema del backstop sul confine irlandese. Il primo ministro inglese punta a ridefinire, come detto, le condizioni per l’attuazione del backstop attribuendo un ruolo al Parlamento britannico di modo da poter dare alla procedura una sorta di legittimità democratica e prendere al contempo tempo per avviare ulteriori incontri a Bruxelles.

Di nuovo a Bruxelles


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Theresa May, ottenuta la fiducia della Camera, rientra a Downing Street.

Tra le mille difficoltà dovute alla Brexit, Theresa May si è trovata anche a fronteggiare, proprio nella serata di mercoledì 12 dicembre, la mozione di sfiducia presentata da alcuni membri ‘dissidenti’ del Partito conservatore. «Il cambio di leadership in un momento come questo sarebbe irresponsabile ed esporrebbe il Paese ad un grave pericolo» aveva ammonito la May la quale, con 200 voti favorevoli e 117 contrari è riuscita tuttavia a superare la mozione, confermando la sua leadership.

Forte” della fiducia incassata (malgrado i numerosi franchi tiratori) Theresa May è poi tornata a Bruxelles davanti ai leader dell'Unione Europea. Un viaggio, il suo, spinoso e senza troppe aspettative.

Fra i capi di Stato europei toni categorici ma anche parzialmente concilianti: se da una parte l'eco di «quell'accordo non verrà riaperto» è stato comune (da Macron fino ad Angela Merkel), dall'altra lo sforzo di May è stato apprezzato: «Se possiamo aiutarla a fare chiarezza, lo faremo», ha confermato il premier olandese Rutte, «la rispetto moltissimo, ammiro la sua tenacia e la sua perseveranza».


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Juncker accoglie May con il suo tradizionale bacio.

Lo scenario auspicato dal premier austriaco Sebastian Kurz è che il parlamento britannico possa magari già votare l'accordo a gennaio: «Se possiamo fornire spiegazioni ed esserle d'aiuto prima del voto, dobbiamo essere disponibili», ha spiegato alla stampa. Ipotesi, quella della consultazione parlamentare post-natalizia, poi confermata anche dalla portavoce della premier britannica «in gennaio e prima del 21 gennaio».

Una bocciatura da record

Il 15 gennaio 2019 il Parlamento ha votato sull'accordo raggiunto dal governo con l'Unione europea. May è arrivata ai Comuni certa di incassare una sconfitta, ma restava da vedere quale sarebbe stata l'entità della dèbacle. Il risultato è stato di 432 voti contrari e 202 favorevoli al documento stilato con Bruxelles: 230 voti di scarto, la peggiore disfatta della storia democratica nel Regno Unito. 

May ha accettato il verdetto e si è resa disponibile a mettere in discussione la permanenza del suo esecutivo. Il leader dell'opposizione Jeremy Corbyn ha colto la palla al balzo e ha immediatamente proposto una mozione di sfiducia, che è stata votata il giorno successivo, mercoledì 16 gennaio.


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La reazione di May alla sconfitta.

Alla prova dell'aula (come prevedevano tutti gli analisti) il governo May ha tenuto: la mozione è stata respinta con 325 voti contrari e 306 favorevoli. Un margine non esaltante ma che tuttavia ribadisce quelli che sono i numeri sui quali i conservatori possono contare attualmente. Il rischio di una crisi politica da aggiungersi al caos attuale sarebbe stato insostenibile anche per quel centinaio abbondante di Tories che hanno martedì hanno bocciato l'accordo.

Theresa May mantiene quindi il timone di questa nave che avanza, tra scricchiolii più che preoccupanti, verso le «acque incognite» della Brexit. L'Europa guarda, attende e le preoccupazioni aumentano. «Mai il rischio di un no deal è stato così vicino», avverte il capo negoziatore Michel Barnier. Ormai mancano solo 10 settimane al fatidico 29 marzo.

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