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«Giusto togliere il Certificato, però non scherziamo troppo sul Freedom Day»

CANTONE«Giusto togliere il Certificato, però non scherziamo troppo sul Freedom Day»

14.02.22 - 20:45
Allentamenti delle misure anti Covid: Paolo Beltraminelli, ex direttore del DSS, ospite di Piazza Ticino.
P.B.
«Giusto togliere il Certificato, però non scherziamo troppo sul Freedom Day»
Allentamenti delle misure anti Covid: Paolo Beltraminelli, ex direttore del DSS, ospite di Piazza Ticino.
«Non va fatto passare il concetto che la pandemia sia finita – sostiene –. Lezione per il futuro. La salute venga al primo posto. Anche quella mentale». Guarda la video intervista.

LUGANO - Per otto anni è stato direttore del Dipartimento della socialità e della sanità (DSS). Paolo Beltraminelli attende con particolare curiosità quanto sarà comunicato nei prossimi giorni dalla Confederazione in merito alla gestione della pandemia. Si parla dell'abolizione del Certificato Covid. Praticamente da subito. «Giusto toglierlo perché non se ne può più – racconta su Piazza Ticino –. Però non vorrei che queste decisioni fossero interpretate come un "liberi tutti". Il Covid c'è ancora».

Toglierlo di colpo non farebbe perdere credibilità al certificato stesso?
«In realtà c'è stato un processo. Tappa dopo tappa. A un certo punto si sono tolte le quarantene, si è levato l'obbligo del telelavoro... Adesso si prospetta un allentamento quasi totale delle misure. Ricordiamo che il Certificato Covid limita la libertà personale. Ed era necessario per un problema di salute pubblica. Ora a livello di sovraccarico delle strutture sanitarie le cose vanno meglio e quindi è giusto pensare alla sua abolizione».

Si parla di Freedom Day...
«Non scherziamo. Il "liberi di tutti" mi fa paura se, con questa espressione, si pensa che non ci sia più alcun problema. Mi incoraggia invece se lo si contestualizza. Le norme di igiene vanno mantenute. Così come l'obbligo della mascherina al chiuso. Bisognerà poi anche capire come regolarsi con Paesi, anche confinanti, in cui il Certificato continuerà a esserci».

Stiamo parlando di un Certificato che anche in Svizzera ha creato divisioni sociali. Cosa ne pensa?
«La Svizzera rispetto ad altre nazioni è stata meno invasiva. Diciamo che ora le persone non vaccinate saranno un po' meno discriminate. Il discorso è un altro e lo ribadisco: a un certo punto c'è stata la necessità di introdurre il Certificato. Ora ci sono le condizioni per toglierlo. Non vogliamo andare avanti per dieci anni in questa situazione. Si sapeva che sarebbe stato tolto entro fine marzo. C'è stata un'accelerazione perché la situazione sanitaria è migliore di quella che si temeva».

Lei il Covid l'ha preso. Cosa ricorda?
«Sono stato uno dei primi a prenderlo in Ticino. A marzo 2020. Io ho avuto una polmonite bilaterale severa. All'epoca i medici erano all'oscuro su come curare chi lo prendeva in maniera seria come me, ho fatto due settimane di ospedale e diverse in convalescenza. Ho fatto fatica a riprendermi. Ci ho messo mesi. Cercare di muovermi all'aria aperta è stato fondamentale per reagire. In seguito ho sensibilizzato molto l'opinione pubblica sul vaccino. Devo essere onesto, speravo che il vaccino avesse un'efficacia più duratura a livello temporale. Continuo però a sostenere l'importanza della vaccinazione».

Come cambieranno le nostre vite dopo questa esperienza?
«Prima questo genere di problemi sembrava lontanissimo dalla nostra realtà. Sentivi parlare della Sars e dentro di te pensavi che tanto era in Asia. Dobbiamo renderci conto che una situazione del genere potrebbe ricapitare in futuro. È una lezione. E non dobbiamo farci più trovare impreparati».

Sono emerse anche lacune sul clima di lavoro nel ramo sanitario...
«Ogni settembre quando, da Consigliere di Stato, annunciavo l'aumento dei premi delle casse malati c'era una sollevazione di massa. Ma migliorare le condizioni di chi lavora nel ramo sanitario comporta un aumento dei costi. Va fatta una riflessione. Si stanno inoltre facendo sforzi nella promozione della formazione delle professioni sanitarie. Però dobbiamo anche capire se i nostri giovani vogliono intraprendere un simile percorso. Non sono mestieri per tutti». 

La pandemia ha rafforzato il valore della salute come priorità sociale?
«Sì. Prima si pensava di più ai costi. Ora la salute ha guadagnato punti. Anche quella mentale che vale tanto quella fisica. Ho molti riscontri di persone che sono andate in difficoltà. Le persone che lamentano problemi psichici vanno prese sul serio. E bisogna dare loro la possibilità di tirare il fiato. Altrimenti poi finiscono in malattia e per l'economia diventa ancora peggio». 

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