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10.05.2021 - 06:320

Biglietti omofobi in ufficio: «Non ti va? Dimettiti»

Discriminazioni in famiglia, sul lavoro, per strada. L'omofobia in Ticino esiste anche se non "fa statistica"

Tredici denunce l'anno scorso ai sensi dell'articolo 261 bis. Il dato è in aumento, ma per Ps e associazioni Lgbt serve maggiore chiarezza

LUGANO - Oltre confine il vuoto normativo, le telefonate di Fedez, la caciara tra sindacati e Salvini, tra Panda e Lamborghini. In Ticino invece vuoto di numeri e calma (quasi) piatta sul doppio fronte politico e poliziesco.

L'omofobia in Svizzera è un reato punito da febbraio scorso ai sensi dell'articolo 261 bis del codice penale. È passato oltre un anno - e che anno - dalla nuova legge, ma nel nostro cantone il numero più significativo resta ancora il 66,9 per cento: quello dei "sì" incassati dal referendum per l'inasprimento delle pene. Chi discrimina o incita alla discriminazione sessuale rischia ora fino a tre anni di carcere: eppure le denunce - stando ai dati della Polizia cantonale - sono ancora pochissime. 

Numeri alla mano: le denunce ai sensi del 261 bis sono state 13 l'anno scorso in Ticino. In aumento rispetto al 2019 (erano state 8), al 2018 (9) e al 2017 (6) ma comunque contenute. La montagna referendaria ha partorito un topolino statistico? Dalla Polizia cantonale precisano, per amor del vero, che il dato non riguarda solo le discriminazioni sessuali ma anche quelle in base a razza e religione, e che «non è possibile per ora estrapolare i casi» riconducibili a omofobia. 

Una lacuna a cui la Polizia di Zurigo - prima in Svizzera - ha rimediato iniziando a schedare gli episodi di violenza omofoba (fisica o verbale) in una statistica a parte. In Ticino il Gran Consiglio ha approvato l'anno scorso una mozione Ps-Plr, che chiede al governo di attivarsi «per implementare la statistica». Al momento «la lacuna rimane» sottolinea la deputata Laura Riget (Ps) e «va colmata al più presto per dare al problema la giusta proporzione». 

Un altro aspetto sottolineato dalla mozione, e che Riget tiene a ribadire, è quello della formazione degli agenti di polizia. «Le forze dell'ordine devono essere preparate a riconoscere i comportamenti omofobi e a perseguirli nel rispetto delle vittime». Al riguardo, la deputata racconta un episodio accaduto a due conoscenti gay: «Dopo avere ricevuto degli insulti da dei passanti, si sono recati in polizia e qui si sono sentiti chiedere dall'agente di turno se, per caso, si fossero baciati in pubblico». 

Il problema insomma non sono solo i numeri. E il fatto che questi siano "lenti" non significa che il fenomeno-omofobia non esista, sottolineano le associazioni Lgbt. «Al contrario, è chiaro che quanto emerge è solo la punta dell'iceberg» sottolinea Federico De Angeli di Imbarco Immediato. «Gli episodi di bullismo e discriminazione sono una realtà quotidiana per moltissime persone Lgbt fin dalla tenera età, lo vediamo ad esempio nelle scuole dove facciamo sensibilizzazione». Un altro problema è che «a volte l'ambiente circostante, anche il personale scolastico, non riconosce le discriminazioni come tali».

I casi di aggressione fisica «sono rari ma capitano» mentre sempre più frequenti - complice anche la pandemia - sarebbero le aggressioni verbali via web. Non mancano anche i problemi in ambito famigliare: l'associazione Zona Protetta di recente ha raccolto due casi di giovani (un ragazzo e una ragazza) che hanno chiesto aiuto dopo aver fatto coming-out con i rispettivi genitori.

«In entrambi i casi le famiglie hanno reagito malissimo all'omosessualità dei figli: il ragazzo è stato portato da uno psicologo, la ragazza è scappata di casa» racconta il portavoce dell'associazione Marco Coppola. «Si tratta di fattispecie che non rientrano nel penale, ma che rendono l'idea della problematica». La risoluzione di simili conflitti famigliari «può richiedere anche mesi o anni ed essere molto dolorosa per gli interessati».  

Negli ultimi mesi l'associazione ha seguito anche il caso di una discriminazione sul luogo di lavoro: un impiegato 40enne è stato preso di mira dai colleghi con «bigliettini denigratori e insulti» dopo aver reso nota la propria omosessualità. Il datore di lavoro «ha gestito la situazione malissimo, tollerando questi comportamenti e invitando la vittima, se non gli vanno bene, a licenziarsi». Atteggiamenti al limite della denuncia, ma anche qui «non si è arrivati alle vie legali» spiega Coppola. «Spesso chi subisce ha paura di esporsi, o di amplificare la propria sofferenza». Con buona pace delle statistiche.

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