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BOSCO GURIN
15.04.2021 - 20:300
Aggiornamento : 16.04.2021 - 00:05

«La smettano di dire che chiedo sussidi, l'ho sempre fatto per la valle»

Giovanni Frapolli furioso su Piazza Ticino. L'imprenditore chiuderà davvero gli impianti sciistici?

Patriziato nel mirino: «Quando ho aperto la slittovia, l'unica preoccupazione era incassare mille franchi all'anno. E la zipline l'hanno definita "rottame". O accettiamo chi investe, o basta. Lo sci ticinese? Futuro incerto».

BOSCO GURIN - Molla tutto. O forse no. Giovanni Frapolli, proprietario degli impianti sciistici di Bosco Gurin, ospite di Piazza Ticino, la piazza virtuale di Tio/20Minuti, attende i suoi detrattori al varco. Dopo l'annuncio di volere "abbandonare la nave", l'imprenditore bellinzonese lascia aperta la porticina della speranza. Cruciale, probabilmente, sarà l'assemblea patriziale in programma venerdì sera. 

La sua era una provocazione per fare reagire enti e associazioni?
«Io resto in attesa che la gente "vera" di Bosco Gurin dia un segnale. Così come il Dipartimento delle finanze e dell'economia e la Sezione degli enti locali. Bisogna capire veramente cosa vogliamo fare delle zone periferiche».

Dunque, se ne va o resta?
«Dopo il mio annuncio, mi hanno chiamato in diversi, chiedendomi di rimanere. Mi sento sulle spalle una grande pressione. Io volevo cambiare la mentalità: basta investire solo sull'inverno, puntiamo sulle quattro stagioni. Se cambiano gli interlocutori e gli atteggiamenti, io ci sono e rimango. Dentro di me non vorrei mai che gli impianti di Bosco chiudessero. Diventerebbe un paese quasi disabitato».

Spesso l'hanno accusata di essere "quello che chiede sussidi". Che effetto le fa? 
«Le leggi permettono di ottenere una percentuale sul finanziamento di progetti nelle zone periferiche. Sarebbe da incosciente non richiederli. La smettano con questa storia. I sussidi li devo chiedere. Sì, è un dovere. E servono per rilanciare una valle. Io personalmente i sussidi non li vedo mai. Finiscono ad esempio per pagare la manutenzione degli impianti».

Dunque?
«Il fatto è che io ci metto la faccia. Se qualcuno vuole prendere il mio posto, lo può fare. Metta 20 milioni di franchi sul tavolo. Ho 65 anni e ho la mia ditta di elicotteri, a queste condizioni a Bosco non continuo».

Apriamo una parentesi più generale. Lo sci ticinese ha un futuro?
«È molto incerto. Il clima meteorologico non ci aiuta. Questo sport è diventato costoso. E in Ticino, in generale, si è perso tempo nel fare discussioni inutili al posto di cercare di diventare una destinazione di punta».

Dove si è sbagliato?
«Occorreva investire non solo sugli impianti, bensì creare pacchetti turistici, attirare investitori, fare programmi anche per l'estate. Io a Bosco ci ho provato, ad esempio con la slittovia. Quelli del Patriziato hanno cominciato a dirmi che se la volevo fare dovevo pagare mille franchi all'anno. Al posto di essere contenti che qualcuno investe sul territorio... La chiamavano "pezzo arrugginito"».

Quali altre resistenze ha incontrato concretamente?
«Ad esempio: "se vuoi lanciare la mountain bike, poi rovini la strada e devi pagare i danni", "se vuoi l'acqua del Patriziato la devi pagare". Non parliamo poi della zipline. L'hanno definita "rottame", volevano garanzie in caso di futuro smantellamento. Il Patriziato non ti mette il tappeto rosso. Se vuoi fare qualcosa, devi sempre metterti in ginocchio».

Cosa si aspetta dall'assemblea patriziale?
«Il tema è: vogliamo ancora che a Bosco Gurin gli impianti esistano? Con tutti i progetti che sto portando avanti? Mi riferisco ad esempio al collegamento con la Val Formazza, all'ampliamento dell'albergo Walser. Il concetto legato al famoso masterplan rischia di crollare».   

Lei ce l'ha col masterplan...
«Ma certo. Si fanno studi costosi. Ma se mancano gli imprenditori, il masterplan è un fallimento. O accettiamo chi viene a investire, o chiudiamo gli incarti. Anche il Dipartimento deve prendersi determinate responsabilità».

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