Marianna Zhukova
Marianna con Gabriel in braccio e, accanto, il figlio maggiore nato da una precedente relazione.
CANTONE / SVIZZERA
21.09.2020 - 08:040
Aggiornamento : 10:17

«Si è trasferito con mio figlio in Italia, sono disperata»

L’ex modella russa Marianna Zhukova ha “lottato” prima con l’ARP, ora non sa se potrà rivedere il suo Gabriel

«Perché nessuno ha fatto nulla? Un lavoro e un appartamento non si lasciano da un giorno all’altro»

MASSAGNO - Gabriel ha due anni e mezzo. Ma con la mamma ha vissuto poco. I problemi sono iniziati ancora prima che nascesse, quando Marianna Zhukova è rimasta incinta di un uomo più giovane di lei che le ha chiesto di abortire. Ora il bambino si trova nel sud Italia insieme al padre e lei teme di non rivederlo mai più.

Tutto è iniziato nel 2017 quando Marianna ha conosciuto in Ticino G.C.. «Ha detto di avere 30 anni, invece ne aveva 24». Tra loro c’è stato solo un breve flirt, ma lei è rimasta incinta. Dopo il test del Dna, lui - accompagnato dai genitori - le ha chiesto di poter far parte della vita di Gabriel. Ma a inizio ottobre 2018, quando il bimbo non aveva neanche dieci mesi, l’ARP glielo ha portato via. «Non avevo più il permesso di soggiorno e il mio visto turistico era scaduto», aveva spiegato allora a Tio/20minuti. La donna parla di successive «oltre trenta lettere dell'uomo all'Autorità regionale di protezione» in cui «la screditava come madre».

Da allora il calvario: è stata accusata di festini a base di droga nel suo appartamento di Porza. «Ho fatto due test antidroga ed entrambi erano negativi - racconta oggi -. Ma ho comunque perso due istanze per l’affidamento, la prima perché non avevo un permesso, la seconda sulla base di una perizia psichiatrica di una dottoressa che non mi conosceva neppure». E Gabriel da allora lo ha visto poco. «Venivo da Ginevra (dove vivo con mio marito e il mio figlio più grande) solo per le visite. Prendevo una villa in affitto. Ma con noi c’era sempre l’assistente sociale e non potevamo uscire. E il padre aspettava fuori, in macchina».

Il 4 agosto, più di un mese fa, Marianna ha visto Gabriel l’ultima volta. L’hanno informata che sarebbe andato in vacanza con il padre per due settimane, nel comune d’origine di lui in provincia di Avellino. «Mi sono opposta, inutilmente. Il nostro prossimo incontro era previsto il 25 agosto». Ma qualche giorno prima il suo avvocato ha ricevuto una lettera dal legale di lui: G.C. si è trasferito in Italia con il suo bambino. «Com'è possibile? - si domanda la donna -. Non ci si licenzia da un giorno all'altro e la disdetta dell'appartamento richiede mesi. Perché nessuno gliel'ha impedito?».

Marianna ora parla di “rapimento”. Suo figlio è stato illecitamente trasferito all’estero. E si affida alla Convenzione dell’Aia sugli aspetti civili del rapimento internazionale dei minori (del 25 ottobre 1980). Il suo legale ha contattato l’Autorità centrale della Confederazione, ovvero l’Ufficio federale di giustizia, affinché inoltri a Roma una richiesta di rientro del minore. Ma è poco fiduciosa: «Rivedrò mai mio figlio?».

Nel frattempo ha ricevuto una mail da G.C., che le propone di vedere Gabriel tramite Skype. «Mio figlio ha due anni e mezzo - si sfoga lei -. Gli basta comunicarle con la mamma dal computer, che tra l’altro non sa ancora usare? Gli stanno causando un trauma di cui non si libererà mai».

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