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LUGANOLa pandemia di Plein: «Scelte dure, non mi nascondo»

09.06.20 - 06:00
Licenziamenti a Lugano, fatturato in calo. Ma lo stilista non abbassa la testa. L'intervista a tio.ch/20minuti
foto Philipp Plein
LUGANO
09.06.20 - 06:00
La pandemia di Plein: «Scelte dure, non mi nascondo»
Licenziamenti a Lugano, fatturato in calo. Ma lo stilista non abbassa la testa. L'intervista a tio.ch/20minuti
«Situazione disastrosa, non prendo in giro nessuno». E fa una donazione alla famiglia di George Floyd

LUGANO - La pizza in ufficio. Il sushi. Le riunioni fino a notte fonda, e le liti con i sindacati. Una cosa è certa: Philipp Plein ha reso il Ticino un posto meno noioso. Con il suo seguito di frontalieri e businessman (persino Berlusconi) e la sua Ferrari verde, per cui è finito a litigare anche con la casa di Maranello. Negli ultimi mesi lo stilista ha dovuto fare due cose che probabilmente non gli piacciono: fermarsi, e ridimensionarsi.     

I primi licenziamenti a Lugano – sette – risalgono a marzo. Ma era solo l'inizio: con la pandemia il marchio ha ridotto i dipendenti sul Ceresio da 110 a 79. A confermarlo a tio.ch/20minuti è lo stesso imprenditore. «Non è stato bello né facile» racconta in un'intervista esclusiva. «La crisi attuale ha colpito il nostro settore in modo pesante. Ho dovuto prendere decisioni difficili». 

Non è nuovo a queste scelte, però.

«Abbiamo iniziato una fase di riorganizzazione già l'anno scorso. Il settore del commercio all'ingrosso è entrato da tempo in una fase di contrazione a livello mondiale. In compenso abbiamo visto crescere le vendite online e al dettaglio».

Ma non abbastanza. 

«Abbiamo creato molti nuovi impieghi nell'online e nei negozi, che però sono fuori dal Ticino. A Lugano nel complesso eravamo scesi da 140 dipendenti a 110. Ma abbiamo investito ampliando gli uffici, e creando un nuovo showroom». 

Poi è arrivato il Covid. 

«È cambiato tutto. Abbiamo dovuto fermarci. Fare scelte nuove, a livello aziendale e personale».

Come ha reagito?

«Mi sono trasferito in Germania. Sono stato affianco ai miei genitori, come non facevo da anni. È stato bello. Ma ho anche lavorato molto. Il lockdown è stato un colpo durissimo, e la ripartenza non è più semplice». 

In che senso?  

«La confusione è enorme: siamo presenti in svariati paesi e ognuno ha regole diverse, a volte assurde. Alcuni mercati si sono ripresi in fretta, come quello tedesco, dove stiamo facendo addirittura meglio dell'anno scorso. In Italia, Spagna e Francia le vendite sono un disastro». 

E i dipendenti?

«Abbiamo dovuto ridurre l'organico del 20 per cento nei negozi. Questo a fronte di un calo del fatturato molto maggiore, dell'80 per cento. Abbiamo limitato i danni, ma anche noi abbiamo costi fissi: le bollette, gli affitti». 

In Ticino, la sua azienda ha però beneficiato del lavoro ridotto. 

«È vero. Ma in assenza di prospettive, non licenziare è immorale. Tenere un dipendente a spese dei contribuenti, sapendo già che lo lascerò a casa una volta terminati gli aiuti? Altri lo fanno. Io non ho voluto».

Una posizione che farà discutere. Ma lei è abituato alle polemiche. 

«Sono una persona trasparente. Dico quello che penso, e non prendo in giro nessuno. In Ticino in passato diversi mi hanno attaccato senza conoscermi né interpellarmi: e questo mi ha fatto arrabbiare».

Il suo rapporto con il Ticino è travagliato...

«In realtà io sono molto legato al Ticino. Nasco come stilista svizzero, mi sono trasferito qui - prima in Svizzera tedesca, poi a Lugano - quando ancora non ero nessuno. Sono partito con quattro dipendenti, di cui due erano mie sorelle, e l'obbiettivo di diventare l'imprenditore più grande del mondo». 

Un obbiettivo un po' più lontano, ora. 

«È un momento difficile, e durerà ancora uno o due anni. Ma sono assolutamente positivo. Non sono venuto a Lugano con un progetto transitorio. Qui ho creato il mio show-room, dove ogni anno presento le collezioni a visitatori e professionisti da tutto il mondo. Quanti hanno fatto lo stesso, in Ticino? Ma a differenza di altre aziende, anche nel mio settore, io sono qui veramente, e mi espongo».

A proposito di altre aziende: Ferrari le ha chiesto un risarcimento per delle foto su Instagram.  

 «È una storia triste. Ho pubblicato sui miei social delle foto della mia auto, e mi hanno fatto causa. Io continuo ad amare la Ferrari. Ne ho acquistate tre, una l'ho regalata a mia madre per il suo compleanno. Ora ogni volta che ricevo una lettera dagli avvocati, vorrei bruciare la mia auto». 

Problemi da ricchi. 

«Esatto: ricchi che litigano tra di loro, mentre il mondo va a rotoli. Lo trovo vergognoso. Per questo ho proposto alla Ferrari di deporre le armi, e di donare la cifra richiesta alla moglie di George Floyd: né io né Ferrari abbiamo bisogno di quei soldi. È un momento difficile, sono da sempre vicino al movimento contro il razzismo, e vorrei dare un segnale positivo. Vedremo cosa rispondono*». 

* Aggiornamento: dopo l'intervista, Ferrari ha fatto sapere di non accettare la proposta. Plein ha comunque donato 20mila franchi alla famiglia Floyd, e la causa legale continua 

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