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CANTONE
26.05.2020 - 20:000
Aggiornamento : 23:37

Potrebbero lavorare da casa, ma il capo lo vieta "per principio"

Fiscalità nel mondo professionale. La denuncia del sindacalista Giorgio Fonio e dello specialista Andrea Martone.

Mamme costrette a rientrare in sede, nonostante un post Covid-19 tutto da reinventare. Ma non si doveva diventare più buoni dopo la pandemia?

LUGANO - Ma non si doveva essere tutti più buoni dopo la pandemia? Ovviamente no. La dimostrazione arriva dall'eccessiva fiscalità con cui alcune aziende stanno imponendo ai loro dipendenti la cessazione del lavoro da casa, con conseguente ritorno in sede. Balza all'occhio in particolare la situazione di due mamme ticinesi, alle prese con una quotidianità da reinventare. E con dei capi prepotenti e arroganti. Situazioni giunte anche sulla scrivania del sindacalista OCST Giorgio Fonio. «Ci continuiamo a sciacquare la bocca con espressioni come "conciliabilità lavoro-famiglia". Ma nei fatti manca concretezza. Il Covid-19, in mezzo a tanta sofferenza, ci ha comunque dato la possibilità di valutare nuove forme di lavoro. E non ne stiamo approfittando». 

La necessità di controllare – La questione resta di strettissima attualità. A livello politico in Svizzera (in Ticino in primis) sono scattate richieste per consentire il lavoro da casa ai dipendenti pubblici anche nei prossimi mesi. Intanto, il colosso Twitter ha annunciato che l'home office potrà diventare "a vita" per qualsiasi collaboratore ne farà richiesta. «Il tema delle resistenze all'adozione dello smart working è noto – sottolinea Andrea Martone, specialista in risorse umane –. I capi tradizionali non si fidano dei collaboratori e li vogliono controllare. Quindi cercano in tutti i modi di evitare qualunque forma di lavoro a distanza perché gli sembra di perdere la presa. Ma se guardiamo alla realtà delle cose il telelavoratore è totalmente controllabile, dunque i capi non avrebbero alcun motivo di fare resistenza».

Più motivazione e più produttività – L'esperto evidenzia una serie di vantaggi per le imprese che adottano il lavoro da casa. «I lavoratori sono più motivati, gli uffici aziendali possono essere più piccoli con conseguente risparmio sugli affitti. Il focus andrebbe messo invece sui risultati. Meno persone per strada significa anche meno inquinamento e meno traffico, quindi un beneficio per la società. I vantaggi per i lavoratori sono: l'azzeramento dei tempi di trasferimento, più libertà nell'esecuzione del lavoro».

Un contributo supplementare che viene a cadere – «Un lavoratore felice – aggiunge Fonio – rende decisamente di più rispetto a un lavoratore scontento. Mettendo i bastoni tra le ruote al collaboratore si mina la sua serenità, e di conseguenza ne risente anche il contributo che la persona porta all'azienda stessa. Non è possibile che dopo una pandemia simile si presentino situazioni del genere, in cui qualcuno deve supplicare il proprio datore di lavoro per potere operare da casa».

Il trend è ormai lanciato – Martone bacchetta i datori di lavoro poco lungimiranti. «Lavorare da casa via internet, sempre connessi, porta a non "staccare mai". E non è solo un problema psicologico, ma anche pratico. Per questo il datore di lavoro lungimirante dovrebbe accogliere con entusiasmo il lavoro a distanza, piuttosto paradossalmente se ne dovrebbe preoccupare di più il lavoratore. In ogni caso è una battaglia "di retroguardia", il lavoro sarà sempre più a distanza nel futuro, quindi piuttosto che "resistere" bisognerebbe impegnarsi a renderlo sempre migliore per le imprese e per i lavoratori». 

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