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08.12.2021 - 08:000
Aggiornamento : 12:10

Se un medico deve decidere a chi dare l'ultimo letto in cure intense

Personale sanitario costretto a scegliere chi curare? Ecco su quali criteri si devono basare

Fonte 20 Minuten / Christina Pirskanen
elaborata da Patrick Stopper
Giornalista

BERNA - In diversi cantoni la situazione pandemica è critica. A livello nazionale sono ventitré le strutture sanitarie che hanno esaurito i posti letto in cure intense, come comunicato dalle autorità nell'ambito di un infopoint a Berna.

E nel frattempo il numero dei ricoveri resta a un livello alto. Lo scorso weekend, nell'ospedale di Aarau i medici hanno dovuto prendere le prime decisioni di triage (ovvero decidere chi curare e chi no). Su quali criteri si basano tali decisioni? Ne abbiamo parlato con Daniel Scheidegger, ex responsabile del reparto di terapia intensiva dell'Ospedale universitario di Basilea e vice presidente dell'Accademia svizzera delle scienze mediche (ASSM).

Le linee guida - I medici dispongono di linee guida per il triage. Ma per Scheidegger è importante che non vengano interpretate come una sorta di “checklist”: «Il medico deve prendere una decisione individuale per ogni singolo caso. Sono molti i criteri su cui si deve basare». Soltanto uno specialista che ha una visione d'insieme sui propri pazienti può prendere tali decisioni. «Ma se devi fare un triage alle due del mattino, le linee guida forniscono un aiuto enorme».

Il primo e più importante criterio su cui si basa la decisione medica è la prognosi di sopravvivenza. Scheidegger fornisce un esempio: «Una persona che ha subito un infarto e che si trova in cure intense ha buone possibilità di sopravvivenza. E in questo caso non conta la presenza di una malattia cronica stabile al momento dell'infarto. La preoccupazione è tutta rivolta all'infarto».

L'impegno previsto - Vanno poi considerati i seguenti due fattori: la durata della degenza del paziente e l'impegno previsto per il persone sanitario. «In circostanze normali, una persona che ha subito un infarto resta in terapia intensiva tra le ventiquattro e le quarantotto ore. Un malato di Covid, invece, può stare in cure intense per diverse settimane» spiega Scheidegger.

Inoltre: «Un infermiere si può occupare da solo di tre o quattro pazienti che hanno subito un infarto, in quanto sono persone in grado di mangiare da sole, andare in bagno e parlare. Un solo paziente Covid intubato necessita, invece, la presenza contemporanea di tre-quattro infermieri». Quindi, un'unità di terapia intensiva piena al 98% potrebbe accogliere un altro paziente da infarto. Ma con un ulteriore paziente Covid, si supererebbe la capienza massima.

Questione di età - L'età non può, secondo le linee guida, essere un criterio a sé stante. Ma non se la vecchiaia porta a un aumento della mortalità per fragilità nella vita quotidiana. Scheidegger afferma: «Ci sono persone con oltre ottant'anni che godono di ottima salute, fanno una passeggiata tutti i giorni e vivono ancora da sole. Ma ci sono altri anziani che sono in una casa per anziani e hanno bisogno di aiuto per lavarsi o alzarsi». Per loro non ci sarebbe una prognosi positiva dopo tre settimane in cure intense e intubati: «Se già in precedenza non riuscivano a stare in piedi, sicuramente non ci riusciranno dopo un lungo periodo di ventilazione e il conseguente indebolimento muscolare».

Disabilità - La disabilità non è un criterio di triage rilevante. «Anche in questo caso l'attenzione è focalizzata sulle possibilità di sopravvivenza a breve termine. Se, ad esempio, un paziente paraplegico viene ricoverato per Covid, la malattia colpisce i suoi polmoni, che non sono interessati dalla sua disabilità fisica. Quindi, qui l'handicap non conta per il triage». Sarebbe diverso se la disabilità portasse a un insufficiente apporto di ossigeno al corpo.

Stato vaccinale - Sullo stato vaccinale le linee guida sono chiare: non può essere un criterio per il triage. «Alla fin dei conti, ci si trova di fronte a una persona sofferente che in qualità di medico si vuole aiutare. Comprendo l'attuale stato d'animo in Svizzera nei confronti delle persone non vaccinate, ma questo non fa parte del ruolo di un medico».

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