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Mogol arriva a Locarno: «Ecco perché dicevano che io e Battisti eravamo fascisti»

LOCARNOMogol arriva a Locarno: «Ecco perché dicevano che io e Battisti eravamo fascisti»

19.09.22 - 06:30
Il più noto autore di canzoni italiane racconterà i suoi testi nello spettacolo “Mogol - Anima Lucio”
Getty/Imago
Mogol arriva a Locarno: «Ecco perché dicevano che io e Battisti eravamo fascisti»
Il più noto autore di canzoni italiane racconterà i suoi testi nello spettacolo “Mogol - Anima Lucio”
In un’intervista esclusiva ci parla delle sue canzoni, di quella più bella e di quella più brutta. Dalle accuse delle femministe a quelle di essere fascista.

LOCARNO - Alzi la mano chi non conosce almeno una canzone di Mogol e Lucio Battisti. Giulio Rapetti lo conosciamo tutti come Mogol. Guai a chiamarlo paroliere. Preferisce il termine autore. Ed è sicuramente il più noto autore di testi di canzoni italiane. Sabato prossimo, 24 settembre, sarà al Teatro Kursaal di Locarno (ore 21) ospite del concerto “Mogol - Anima Lucio”, dove tre musicisti d’eccezione che hanno lavorato a lungo con Lucio Battisti (Gianni Dall’Aglio, Massimo Luca e Bob Callero) porteranno in scena il mondo battistiano. (Clicca qui per comprare i biglietti).

E lei Mogol cosa farà?
«Racconterò il senso delle parole che ho scritto, perché molte di queste canzoni raccontano la storia della mia vita. Sono testi che ormai in molti conoscono a memoria, ma nessuno sa quali storie si celano dietro. Da cosa sono state ispirate. Raccontare come sono nate queste canzoni mi appassiona molto».

Dicono che abbia scritto più di 1500 canzoni.
«Non è così importante il numero. È importante semmai quante di queste canzoni sono diventate effettivamente dei successi. 151 canzoni sono riuscite a entrare nelle prime cinque posizioni delle classifiche italiane. Secondo i calcoli della Siae ho venduto 523 milioni di dischi».

Se dovesse incontrare un alieno - perché solo un alieno non conosce nemmeno una canzone scritta da lei - con quale di queste canzoni si presenterebbe?
«Penso che potrebbero conoscerle già. Io ci credo nell’esistenza degli extraterrestri. Ci osservano da sempre. Ho anche assistito a un episodio del genere anni fa».

Mi dica.
«È accaduto una quarantina di anni fa. Ero in compagnia di una persona ed eravamo sull’autostrada Bologna-Firenze. Abbiamo visto un oggetto simile a un disco volante alzarsi dal terreno. Prima lentamente, tanto che ho pensato si trattasse di qualcosa di terrestre. Solo quando ha preso il volo verso il cielo a una velocità impressionante, superiore a quella di un aereo supersonico, abbiamo capito che si trattava di qualcosa di extraterrestre».

Mogol, qual ritiene sia il suo capolavoro?
«Non esiste. O meglio, potrebbe anche essere tra le tante canzoni che sono state provinate ma mai pubblicate. Oppure tra le canzoni dimenticate come Bianche raffiche di vita (canzone cantata da Mario Lavezzi, Mango, Luca Carboni e Laura Valente, n.d.r.). Il valore delle canzoni non è sempre valutabile sotto il profilo del successo».

Qual è invece la canzone che ha scritto e che vorrebbe nascondere?
«Nessuna. Non rinnego nulla. Nemmeno "Stessa spiaggia stesso mare", che è una canzone popolare ed è stata cantata da milioni di persone. Certo, ci sono tante canzoni che non hanno avuto successo. Prenda ad esempio una canzone come “Respiri di vita” cantata da Celentano. Non la conosce nessuno, eppure è un brano con temi molto forti sulla vita e la morte, ed è cantata magistralmente da Adriano».

Viviamo nell’era del politically correct. Alcuni suoi testi oggi potrebbero indignare ed essere accusati di maschilismo. Penso a una canzone come “Io ti venderei, con una donna ti baratterei” oppure a “Dieci ragazze per me” oppure a La canzone della terra dove dice «al ritorno dalla campagna, prima cosa voglio trovare il piatto pronto da mangiare e il bicchiere dove bere».
(ride) «Ma no. Questa è pura follia. Guardi, c’è un prete che si chiama Don Giuseppe, ha scritto un libro di prossima pubblicazione sulle mie canzoni e sul significato dei miei testi in linea con il Vangelo, e tra queste canzoni c’è pure “Dieci ragazze” dove alla fine si dice che le dieci ragazze non riescono a riempire il vuoto creato dall’unica ragazza che ama. Non si può giudicare un testo senza leggerlo bene e andare in profondità».

Tra l’altro fu criticato già negli anni Settanta per i suoi testi.
«Ricordo l’attacco delle femministe contro me e Lucio Battisti per la canzone “Il tempo di morire” dove dicevo “Motocicletta 10 HP tutta cromata è tua se dici sì”, come se fossi io il padrone della motocicletta. Ma se si ragiona in questo modo allora Shakespeare è un assassino perché ha scritto il Macbeth».

Anche la politica si era messa di mezzo.
«Siamo stati continuamente bersagliati. Dicevano che eravamo fascisti solo perché non facevamo canzoni comuniste o impegnate. Vede, quello del ’68 era un mondo completamente di matti. Io sono stato preda di una follia totale. Oggi più nessuno nel parla. E sa perché?»

Me lo dica lei.
«Perché molti di quei ragazzi di allora sono diventati oggi professionisti importanti nel mondo della comunicazione e hanno preferito ignorare quel periodo incandescente e perfino giustificarlo. Le dico solo un particolare che fa riflettere molto: sa cosa ci hanno trovato nel covo delle Brigate rosse di via Gradoli a Roma? L’intera collezione dei dischi miei e di Lucio Battisti. Nonostante fosse proibito ascoltare le nostre canzoni, loro le compravano di nascosto».

Secondo lei oggi è più difficile scrivere canzoni?
«Io credo che il problema di tutto sia la tecnologia. Una volta le canzoni venivano scelte dai disc-jockey che erano dei professionisti seri e preparati. Oggi un ragazzo di 18 anni pubblica i suoi brani sui suoi canali social e conquista le ragazzine. Il risultato è che il valore artistico della canzone spesso non è un granché. Guardi, io ho qui almeno sette canzoni qui pronte, ma non so a chi darle.  Il rap ha conquistato il mercato. Non c’è più la melodia. I cantanti nuovi ormai quasi tutti si scrivono le canzoni. Non è più come una volta che esisteva l’autore».

Nel successo di una canzone conta di più il testo o la musica?
«Entrambi. Una cosa importante è che il testo debba seguire il senso della musica. Questo è un aspetto che pochi conoscono, e lo spiegherò a Locarno».

Non si è mai rifiutato di scrivere una canzone perché la melodia non le piaceva?
«No. Se anche è successo non lo ricordo più. Se scrivo una canzone è perché la melodia mi piace».

Ha detto che "L’arcobaleno" di Celentano l’ha scritta in auto. "Una lacrima sul viso" l’ha scritta in auto. L’automobile la ispira particolarmente?
«Anche “E penso a te” l’ho scritta in auto. Non sono poi tante le canzoni nate in viaggio. È semplicemente successo così. È un luogo come un altro per scrivere canzoni. Ero con Battisti in auto sulla Milano-Como e lui ha iniziato a strimpellare le note di “E penso a te” e io ho scritto subito i versi. A me va bene qualsiasi luogo, tanto quando scrivo mi assento completamente».

La prima canzone italiana che scrisse fu per Mina, era "Briciole di baci". Che ricordo ha di lei?
«Eravamo molto amici. Entrambi giovanissimi, lei 20 anni io 24. Non la vedo da 30 anni. Lei non ha solo una voce, ma ha la credibilità della voce per ciò che canta. Il canto è diventato comunicazione, quindi lei ha cantato anche in questa accezione. L’album che ha fatto su Battisti lo ha cantato proprio puntando sulla credibilità vocale».

Oggi che musica ascolta?
«Non l’ascolto. Ogni tanto accendo la radio, ascolto un po’ e poi la chiudo. Se devo essere sincero non mi entusiasmano le canzoni di oggi. Sono così diverse da quelle che si facevano nel passato».

Se Battisti fosse ancora vivo, la vostra collaborazione sarebbe continuata?
«Credo di sì. La nostra collaborazione si è sospesa sei anni prima della sua morte perché io gli avevo chiesto di avere pari diritti sui proventi dei nostri successi, io sarei stato assolutamente disponibile a lavorare ancora insieme. Penso che alla fine si sarebbe convinto anche lui che tornare a collaborare sarebbe stata la scelta giusta».

Le capita spesso di pensare a Battisti?
«Certo. È un pensiero costante ma sempre con grande simpatia e affetto».

Qual è il consiglio che darebbe a un giovane autore?
«Quello di studiare, bisogna avere competenza e conoscenza, perché senza queste qualità non si è in grado di comporre nulla».

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