IFDUIF FILM / MIRKO ARETINI
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15.09.2021 - 06:300

Gli svizzeri sono i più intelligenti «nel momento in cui rifiutano l'idea di esserlo»

Giovedì 16 settembre debutta al cinema il documentario di Mirko Aretini tratto dal libro di Jacopo Fo e Rosaria Guerra

LUGANO - È in programma giovedì 16 settembre alle 20.30, presso il Cinema multisala Ciak di Mendrisio, l'anteprima di "Perché gli svizzeri sono più intelligenti".

Il documentario del regista ticinese Mirko Aretini, prodotto da Silvano Repetto per la Ifduif Film, è liberamente ispirato al libro omonimo di Jacopo Fo e Rosaria Guerra. Il quale parla, tra le varie cose, della Svizzera come un paese che ha saputo sfornare (o attirare a sé) un altissimo numero di premi Nobel in relazione al numero di abitanti. Ma anche di una nazione che ha saputo evitare le guerre che hanno insanguinato l'Europa e varie altre piaghe come il totalitarismo e l'eccesso di burocrazia. Come è stato possibile, e quanto è sopravvissuto del mito elvetico?

Abbiamo chiesto ad Aretini di spiegarci come ha costruito questo film, che il Dipartimento dell'educazione, della cultura e dello sport (Decs) ticinese ha preso in considerazione da mostrare a scopo didattico agli allievi di quarta media, lasciandone la facoltà ai singoli docenti.

Come è nata l'idea di trarre un documentario da questo libro?
«In modo istintivo, parlandone con Jacopo Fo alla Libera Università di Alcatraz (in Umbria, ndr). In realtà avevo appuntamento con Dario Fo per "Full Metal Mind", il mio lavoro precedente; in quei tre giorni ho fatto amicizia con Jacopo, trovandoci insieme a pranzo, cena e fino a tarda notte. Tra un bicchiere di vino e l'altro ci siamo detti: "Potrebbe essere un'idea per farci un documentario un po' particolare"».

Come ti sei mosso?
«Ho preso spunto dal prologo e dall'epilogo, che tocca temi che sono senza tempo. Ho deciso di sviluppare un documentario tematico che sia attuale, nel quale ci si può rispecchiare e che faccia riflettere. Ho tralasciato completamente tutta la parte storica, che non sta a me esporre in questa sede».

Infatti precisi che è "liberamente tratto da"...
«Assolutamente, anche se ho preso i diritti e ho avuto totale carta bianca da Jacopo».

Sei giunto alla conclusione che gli svizzeri sono davvero i più intelligenti?
«Lo sono nel momento in cui rifiutano l'idea di esserlo».

Nessuno, tra coloro che hai interpellato, ha quindi rivendicato platealmente questa superiorità?
«Nessuno mi ha detto "Certo, vedi come sono intelligente", o bello o ricco. Anzi, all'inizio sono quasi a disagio a rispondere a una domanda del genere. Poi c'è chi scoppia a ridere e chi lo prende come spunto per dire che, più che intelligenti, siamo furbi. Perché ci approfittiamo degli altri: siamo stati bravi a farlo in passato e saremo bravi a farlo in futuro».

Come dobbiamo intendere questa "furbizia"?
«Come il saper costruire una strategia funzionale ai propri interessi, in primis. Da qui la neutralità, la democrazia diretta eccetera».

Andare da uno sconosciuto e dirgli a bruciapelo se fa parte del popolo più intelligente del mondo: non mette un po' a disagio?
«Soprattutto in Svizzera, mette a disagio. Lo svizzero medio lo metti in crisi quando, da bravo neutrale qual è, gli fai questa domanda. "Adesso che c...o gli dico? Da che parte sto?". È un attimo il sembrare quello che non sei davanti a una telecamera... Le risposte tendono a essere neutrali, ma poi scavando si è trovato chi si è sbilanciato un po' di più».

I tuoi interlocutori si sono dovuti mettere in gioco mica male...
«Solo la risposta dell'intelligenza o l'intelligenza della risposta, insomma, dà la misura di chi hai davanti».

Hai costretto le persone oltre Gottardo a risponderti in italiano: com'è andata?
«Bene. È stato divertente. Non è stato sempre un successo ma qualcuno si è sforzato. Non si capirà sempre tutto: io ho lasciato così com'è ma chi lo guarda per la prima volta faticherà a capire cosa alcuni stanno cercando di dire (ride, ndr)».

Coloro che si sono messi in gioco meritano un plauso...
«Sì, considerate anche le mie difficoltà pazzesche con il tedesco. Questo mi ha fatto riflettere: com'è possibile che siamo una nazione così piccola e non ci capiamo? Abbiamo differenze linguistiche, culturali, economiche e anche sociali enormi. Finisce così che, con tutte le lingue nazionali, per comunicare se ne parla una estera: l'inglese».

Ma la complessità non è anch'essa un indizio d'intelligenza?
«Assolutamente sì. Penso al meccanismo di un orologio: è estremamente complesso, ha bisogno di tante componenti che non dialogano per forza tra di loro ma, insieme, creano questo elemento imprescindibile della nostra vita che è il tempo. Nella complessità della Svizzera c'è sicuramente tanto ingegno: checché se ne dica, funzionano cose che in Europa hanno fallito. Non so se sia intelligenza o furbizia, ma è sicuramente organizzazione».

Hai usato toni polemici?
«Ho cercato di rimanere "soft": si cerca di dire tutto, ma con il sorriso e l'ironia. Senza voler creare polemiche».

Cosa auguri al pubblico?
«Che si possa divertire con leggerezza, senza troppe pretese e aspettative autoriali. Di prendere il documentario come un gioco che punta a fare una riflessione più seria e di vivere sempre con leggerezza il pensiero che ne può scaturire».

Ci sarà modo di vederlo diffusamente in Ticino? Andrà a qualche festival?
«Sì, starà in cartellone per almeno un paio di weekend, dopodiché si sposterà a Locarno e così via. Potrebbe avere anche più fascino all'estero, per chi pensa al mito della Svizzera. Sicuramente ci sarà modo di proporlo a qualche rassegna».

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