Ksenja Mazzi
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23.03.2021 - 06:300

Quei giovani che negli anni '80 menavano le mani, in un libro davvero originale

“Breve trattato sui picchiatori” di Manuela Mazzi è un'opera che sfida le convenzioni, come i personaggi che immortala

MINUSIO - Giovani, ribelli, bravi a menare le mani e organizzati in bande (o branchi). Sono questi i protagonisti di “Breve trattato sui picchiatori nella Svizzera Italiana degli anni '80” della scrittrice locarnese Manuela Mazzi ed edito dalla milanese Laurana.

Un po' racconto di personaggi mitologici, un po' reportage giornalistico, il libro è un simil-trattato di quegli anni in quei posti, soprattutto là sulla quella Piana che separa Locarno da Bellinzona. 

Un prodotto atipico per il panorama letterario (e non solo ticinese) del quale abbiamo voluto parlare proprio con l'autrice.

Questo tuo nuovo libro è un bel cambio di direzione rispetto al passato, com'è nata l'idea? Dai gialli/thriller al trattato antropologico locale? 

 Mah, a dire il vero non ho scritto solo gialli e thriller. Sono un’autrice un po’ atipica e non mi identifico in un unico genere. Uno dei miei più noti fu "Un gigolò in doppiopetto", un reportage narrativo basato su un’intervista che pubblicai, dopo un’inevitabile e frustrante censura, e che mi convinse ad ampliarne la narrazione.

Poi pubblicai un’avventura per ragazzi. E pure una raccolta di racconti veri di un giovane degli anni Cinquanta delle Centovalli. 

Per questo accolsi con grande interesse un’idea di Giulio Mozzi, che quando gli parlai del materiale che avevo a disposizione pensò subito a un libro catalogo.

Mi piace variare. Scoprire. Sperimentare. Amo peraltro più i personaggi che i paesaggi.  

La cornice dei “Picchiatori” è pretestuosa, il materiale però è reale. Da una parte ricerca, dall'altra finzione narrativa. Come hai fatto a unire questi due mondi?

 Una parte della “cornice” è, di fatto, vera proprio perché attinge ad archivi ufficiali, ciò che conferisce credibilità e autenticità alla narrazione. Un’altra parte (il paratesto)... anche, a modo suo.  

La contaminazione non è stata solo inevitabile ma persino necessaria per assicurare una buona mimetizzazione reciproca tra i vari materiali.  

C'è qualche personaggio del libro a cui sei particolarmente legata, se sì perché? 

Verso Matt ho riconoscenza, per aver scelto di affidare le sue storie alla mia penna. Ma forse mi sento più legata a Il Corvo. Perché ha mantenuto un velo di mistero.  

Al di là del libro questo ambiente delle bande sembri conoscerlo bene, c'è una sorta di elemento nostalgico-affettivo. Quanto c'è di autobiografico?

Sono un filino più giovane dei “miei” picchiatori. Non ho mai amato girovagare per i locali. Per cui non ho mai frequentato gli ambienti che descrivo, tranne per pochissime eccezioni, perché trascinata, per una bibita, e poco altro.

Non sono mai stata una picchiatrice. Non ho mai assistito a una rissa. Ho combattuto, sì, ma su un tatami e con regole e controllo. In un’arte che ti insegna la non violenza.

Non ho mai conosciuto un picchiatore negli anni Ottanta. E nemmeno una banda di picchiatori. E nemmeno qualcuno che fosse stato picchiato.

Ma amo le storie. I racconti. Le narrazioni. Ascolto molto e faccio mie anche le esperienze degli altri. Se quel che si trova in questo libro pare appartenermi tanto, lo prendo come un grande complimento perché significa che il progetto letterario è riuscito.  

Ultima considerazione riguarda la violenza, quella di questi picchiatori mi sembra “romantica” è una sorta di espressione della loro vitalità. Non c'è giudizio, non c'è condanna. Come mai? 

La sospensione di giudizio in questo tipo di progetto per me è fondamentale. Lo stesso cercai di fare scrivendo del gigolò.

Non sono una sociologa, e il compito di chi scrive un’opera letteraria (che ci si riesca o no) non è quello di fare del moralismo.

A dar giudizi sono buoni tutti ed è la cosa più semplice da fare. Ma non mi voglio nascondere nemmeno dietro la bandiera della letteratura. Ammetto una simpatia per i racconti di questi personaggi (forse non per tutti).

Non perché adottano comportamenti violenti - che sono il loro mezzo espressivo - ma perché sono il sintomo di moti di ribellione, una necessità di generare caos nel tentativo di riportare un ordine nuovo. 

Ksenja Mazzi
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