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UNDER CHANGEOVER
Under Changeover alla ricerca della sua identità musicale.
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CANTONE
08.06.2021 - 06:300

Non è solo bianco oppure nero: in mezzo c'è "Finding You"

Il nuovo album firmato Under Changeover è una variopinta tavolozza di musica elettronica.

L'artista ticinese è stato mosso da una necessità: «Trovare la mia identità sonora», libera da vincoli e barriere.

LUGANO - Un viaggio nel colore, guidati da un filo elettronico che si snoda lungo varie stanze, quasi fossero le scene di un film: è questo, in estrema sintesi, "Finding You", il nuovo album a firma Under Changeover pubblicato nei giorni scorsi.

Un lavoro che conferma Adriano Iiriti come uno dei musicisti da seguire, nella sua ricerca di una sonorità che sia immediatamente riconoscibile come sua e al contempo universale. Un cammino che - è lui stesso a dirlo - si preannuncia lungo ma, a giudicare da quello che abbiamo sentito, sarà interessante. Abbiamo quindi colto l'occasione per chiedergli come è nato questo lavoro.

Mi ha colpito una frase che hai usato per presentare l'album: «Avevo il bisogno di spiegare cos'è il colore, a coloro che vedono solo in bianco e nero». Ci puoi spiegare cosa intendi?
«È una frase legata sia al mio modo di comporre musica, che a come essa viene percepita. Il mio progetto musicale è in continua evoluzione ma spesso è stato recepito in un unico modo: o in bianco o in nero. Con questo nuovo album mostro le molte sfaccettature di generi che mi appartengono: volevo liberarmi totalmente da qualsiasi imposizione, stile o genere musicale. In questo modo il disco ha preso diverse direzioni, ovvero nuovi colori. Non ho fatto altro che spiegarlo al pubblico in forma musicale».

Da cosa sei partito per elaborare "Finding You”?
«Da una necessità personale: trovare la mia identità sonora. Credo sia ben diverso scrivere musica che ti piace rispetto a scrivere musica che ti appartiene come musicista. Avendo tracciato questa nuova linea sonora come Under Changeover, sento che sono stato molto sincero verso me stesso e, di conseguenza, spero che anche chi mi ascolterà percepisca come questo sia un album sincero e schietto».

Cerchi, hai detto, la tua identità sonora: a che punto sei?
«Credo di essere solamente agli inizi della mia ricerca, ma questo lavoro ha dato una svolta decisa al mio sound. Ho tante idee e convinzioni e, allo stesso tempo, sento una continua mutazione: tutto può essere tutto e diversi generi possono confluire all’interno dell’elettronica».
 
È un disco che è stato influenzato in qualche modo dalla pandemia che sta dominando il mondo?
«Assolutamente no, è un disco che è influenzato solamente dalla ricerca sonora personale. La pandemia mi sta influenzando più da un aspetto logistico e organizzativo per i concerti, ma non nell’arte in se stessa».

Possiamo dire che ogni brano, con i suoi cambi di ritmo, sonorità e talvolta atmosfere, è paragonabile a un "cortometraggio sonoro”?
«Il bello di fare musica strumentale è che ognuno può fare i propri paragoni... In questo caso direi di sì, in quanto sento che ogni brano ha una sua storia precisa. Volevo che ognuno proiettasse un certo spettro di emozioni, quelle che magari di solito si ascoltano in un album intero. Ogni traccia è una storia a sé ma allo stesso tempo puoi sentire un legame univoco in tutto l’album».

Non porsi limiti e barriere: è stato più faticoso o più liberatorio?
«All’inizio è stato molto faticoso, perché bisogna sbarazzarsi di tutte le convinzioni che ti sei costruito nel tempo. Una volta liberato da tutte queste imposizioni stilistiche o di genere, mi sono aperto totalmente alla mia ricerca personale. Ho passato anche mesi senza ascoltare alcuna musica per non essere influenzato dagli artisti che ammiro. È stata una ricerca totale fra i miei sintetizzatori, i miei pensieri, le mie emozioni e le mie mani».

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