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TargetQuando un post, un commento o un articolo su internet diventano un reato?

24.09.22 - 18:02
Ce lo dice Gabriele Gallassi, fondatore di Linkiller, strumento con cui difendiamo la reputazione dei nostri clienti
Foto: Racool_studio / Gabriele Gallassi / jannoon028
Quando un post, un commento o un articolo su internet diventano un reato?
Ce lo dice Gabriele Gallassi, fondatore di Linkiller, strumento con cui difendiamo la reputazione dei nostri clienti

 

Il web può sembrare una giungla, tra fake news, articoli poco documentati, post e commenti pieni d'odio ed episodi di bullismo. In realtà, molte questioni digitali, tra cui queste, a livello legale, sono ben regolamentate ed è facile difendersi: basta sapere a chi rivolgersi.
Noi, ad esempio, per i nostri clienti, ci rivolgiamo a Gabriele Gallassi, a cui abbiamo fatto qualche domanda per illustrare com’è possibile tutelare la propria reputazione in rete.

Spesso, si parla di misurare il “sentiment” nei confronti di una persona o soprattutto di un’azienda, ma quando fare una critica o un commento negativo si tramuta in un vero e proprio reato?

L’idea stessa dei social network e delle community online quali ad esempio TripAdvisor, Indeed, Booking e altri, è quella di permettere la massima libertà di commentare, giudicare l’attività di un’azienda o di una persona che fornisce un prodotto o un servizio. Purtroppo, il limite è molto sottile e a volte e, dietro lo scudo dell’anonimato, questi canali diventano terreno fertile per odiatori seriali o competitor che creano vere e proprie campagne denigratorie.

In generale, il confine che non va oltrepassato è sempre quello fra diritto di critica e diffamazione. L’ordinamento giuridico è retto sul principio della commisurazione del diritto di manifestare il proprio pensiero e dall’altro il diritto di conservare la propria reputazione. La giurisprudenza nel tempo ha individuato alcuni criteri per determinare se un comportamento che viola la reputazione altrui sia giustificato, cioè non punibile: quando i fatti attribuiti all’altra persona sono veri, se vengono usate parole non volgari e offensive, e se ciò che si afferma ha un certo interesse sociale.

Nel pratico, se una persona o un’azienda subiscono un commento diffamatorio sul web, si possono sempre rivolgere all’autorità competente. Il reato di diffamazione è punibile a querela, significa che colui o colei che commette la diffamazione è punito solo se la persona offesa esprime la volontà di procedere nei suoi confronti.

Poiché il fenomeno dei commenti negativi è diffuso, quello di cui si occupano alcuni servizi web, tra cui Tutela Digitale, da me fondato, è la loro eliminazione: online, infatti, vengono messi a disposizione dei format per richiederne la rimozione al sito, al social, all’internet service provider che li contiene, in forma di testo o di contenuto multimediale. La gestione in modo indipendente di queste pratiche, però, risulta spesso difficile, a causa delle diverse policy adottate dalle (innumerevoli) piattaforme, e il nostro strumento Linkiller, usato anche in Svizzera in partnership con voi di Linkfloyd, vuole proprio semplificare la vita delle persone, mettendo nelle loro mani uno strumento semplice per arrivare – pagando solo in caso di successo - all’eliminazione o la deindicizzazione dalla rete di contenuti ritenuti lesivi, di notizie datate che non rispettano più il diritto di cronaca, di pagine e profili falsi sui social network, di dati riservati o protetti da diritto d’autore e così via.

 

Quali sono le fattispecie di reati contro la reputazione di persone e aziende più diffuse in rete?

Le richieste più ricorrenti che ci arrivano sono quelle relative alla rimozione di foto e video per ragioni molto diverse tra loro: chi ha problemi di revenge porn, chi ritrova immagini del passato che non rappresentano più nel presente la persona interessata e perfino, sempre più spesso, anche giovani che ci chiedono di rimuovere video caricati dai propri genitori che reputano imbarazzanti. Tante poi sono le richieste di professionisti e aziende che fanno appello al diritto all’oblio, perché indagati e assolti ma che si ritrovano a dover convivere, nonostante siano passati anni dalle notizie in merito, con la elefantiaca memoria della rete che, a volte, non offre una seconda possibilità.

Sono tante, più di quanto si possa pensare, le storie di persone e capi d’azienda che, incappati in problemi reputazionali di diversa natura - dal cyberbullismo a vicende giudiziarie, a vere e proprie campagne d’odio -, ne restano segnati a lungo, come se internet lasciasse su di loro un marchio quasi indelebile.

 

Revenge Porn, cyberbullismo, diritto all’oblio, cambi di sesso, condanne per reati diventate poi assoluzioni, sono alcuni dei casi per cui può servire ripulire l’immagine online: premesso che ogni caso ha la sua storia, qual è il tema più complesso da affrontare e de-indicizzare?

Sono diverse le variabili che entrano in gioco per ciascun esempio che avete fatto. Le più importanti sono sicuramente il tempo, la tipologia di contenuto e la piattaforma su cui viene pubblicato. Per semplificare: a volte, un articolo pubblicato per il quale il cliente richiede l’applicazione del diritto all’oblio, non ne rispecchia le caratteristiche, ma magari ha al suo interno una foto che non rispetta i diritti d’autore, e quindi si può usare quest’altra strada per richiederne l’eliminazione. È proprio per questa ragione che, nei casi più complessi, interviene un team legale che comprende come approcciare la situazione, per giungere alla cancellazione del contenuto.

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Per questo e altri argomenti, se volete rimanere aggiornati sull’entusiasmante mondo del marketing, continuate a seguirci sulle pagine di Target. E ovviamente, nel caso in cui aveste bisogno di approfondimenti, consulenza o formazione specifici per il vostro business nell'ambito del diritto all'oblio e della rimozione di contenuti online lesivi della reputazione, contattateci: siamo a vostra disposizione per un primo incontro gratuito personalizzato.

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