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Sicurezza e cyber securityColmare il divario per un efficace prevenzione al nuovo terrorismo

05.10.22 - 15:59
Dalla sentenza del 19 Settembre sul caso Manor, alle raccomandazioni del Consigliere di Stato Norman Gobbi
Sicurezza e Cyber security
Colmare il divario per un efficace prevenzione al nuovo terrorismo
Dalla sentenza del 19 Settembre sul caso Manor, alle raccomandazioni del Consigliere di Stato Norman Gobbi

Lo scenario
«Una colpa gravissima», così la Giudice Fiorenza Bergomi commenta e sancisce l’esito della sentenza al processo per il doppio accoltellamento avvenuto il 24 Novembre 2020 presso la Manor di Lugano, confermando quindi il movente terroristico. «L’imputata non è apparsa minimamente pentita, anzi si è detta fiera di quello che ha fatto. Il suo unico rammarico è quello di non essere riuscita ad uccidere le sue vittime». Continua poi affermando che «ciò che ha commesso la donna è un doppio tentato assassinio a sfondo jihadista». La ventinovenne ha quindi agito con il modus operandi del “lupo solitario”, premeditando e programmando l’atto nei minimi dettagli, compresa l’arma adatta e come procurarsela senza sospetti, stabilendo l’orario migliore come anche la scelta delle vittime, tutte di sesso femminile perché più facili da sopraffare in un’aggressione. «Il suo obbiettivo era quello di uccidere più miscredenti possibili e voleva che tutti sapessero che stava agendo nel nome dell’ISIS», conclude poi la Giudice. Un gravissimo incidente, questo, che non si è evoluto in una vera e propria strage solo per pura fortuna e per la scarsa preparazione della giovane a compiere attacchi simili. Alla luce della sentenza, la domanda che sorge spontanea è: l’incidente poteva in qualche modo essere evitato, o almeno previsto? Inoltre, cosa potremmo fare per evitare che in futuro incidenti simili o ancora peggiori accadano? Tale sentenza è occasione di spunto per le considerazioni del Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle Istituzioni Norman Gobbi il quale, parlando di estremismo alle nostre latitudini e riferendosi alla Svizzera e al Ticino, invita a «non sottovalutare il terrorismo» affermando fermamente che «non siamo immuni al terrorismo». È stato un atto terroristico, compiuto da un cosiddetto lupo solitario, ha inoltre commentato. Il Delegato ha dichiarato inoltre che “l’attenzione deve essere sempre al massimo” e che “anche a livello ticinese il pericolo della radicalizzazione di natura jihadista non viene mai sottovalutato”.
Parole, queste, che devono far riflettere su quanto accaduto, ma soprattutto su quello che è possibile fare per far sì che eventi del genere non accadano più, garantendo la sicurezza e la serenità dei cittadini.

L’evoluzione del rischio

Gli ultimi venti anni sono stati caratterizzati a livello globale da un escalation costante di incidenti a sfondo terroristico di questo tipo, partendo da complessi piani sofisticati e premeditati con largo anticipo e perpetrati da gruppi per mezzo di armi da fuoco od esplosivi, per evolversi via via verso un approccio sempre meno articolato, organizzato e con mezzi molto più semplici, improvvisati, facilmente reperibili o di fortuna. Auto e camion lanciati sulle folle, piccole armi da fuoco, sportive o da caccia, regolarmente detenute e coltelli di uso comune come coltelli da cucina portati da casa o, come nel caso avvenuto alla Manor, reperiti direttamente sul luogo dell’attacco. Il downgrade nella complessità di questi assalti ha fatto sì che la loro diffusione abbia subìto un’impennata, accomunati dal denominatore comune del modus operandi: quello del “lone Wolf” o del “Lupo Solitario”. Questi crimini incomprensibili ed ingiustificati si sono manifestati e hanno segnato molte delle nostre situazioni di vita quotidiana, spesso con poca se non nessuna consapevolezza della minaccia in agguato. Nonostante l’imparagonabile livello di preparazione e resilienza raggiunto dalle istituzioni e dalle organizzazioni designate per proteggerci e difenderci da questi subdoli attacchi che non risparmiano nessuno, e che il successo di questi enti dipenda dalla capacità degli individui di prendere delle decisioni critiche in situazioni estremamente complesse ed imprevedibili, la cruda verità è che nessuno realmente sa come potrebbe reagire ad agire in quella che potrebbe essere la più difficile e terrificante esperienza di vita, senza aver prima sperimentato e messo in pratica le proprie capacità, nonché la propria resilienza e sangue freddo, in una situazione di sicurezza ed in ambiente controllato.

Le caratteristiche del rischio

La tipologia di attacco che ha subito l’incremento maggiore è stata senza dubbio quella dell’”active assailant” o “active shooter”, a seconda che l’attacco sia perpetrato con un mezzo improvvisato come un coltello comune o un veicolo oppure con un’arma da fuoco, costituito quindi di solito da un solo elemento o “lupo solitario”, spinto da motivazioni personali, politiche o religiose ed intenzionato a mietere il maggior numero di vittime possibili attraverso attacchi a sorpresa ed in luoghi indiscriminati. La memoria va al recente attacco avvenuto in Austria il 02 Novembre 2020, durante il quale un uomo da solo ha condotto una serie di attacchi con armi da fuoco contro una sinagoga, dei ristoranti e dei passanti, percorrendo di corsa tutto il centro cittadino di Vienna e sparando a vista. Generalmente, questo tipo di incidenti si strutturano in tre fasi: un’iniziale, una sostenuta ed una improvvisata ed avvengono sempre sfruttando l’effetto sorpresa e con le modalità di un’imboscata. Di conseguenza, hanno tutti i vantaggi tattici e pratici sulla situazione e sulle potenziali vittime, potendo liberamente scegliere il quando, dove, come, chi, cosa e perché. Tutto ciò con una velocità ed una sorpresa scioccante per chi lo subisce. A prescindere dai motivi che hanno spinto l’individuo a compiere l’assalto, questi sono i motivi che rendono così complessa qualsiasi azione di prevenzione e mitigazione del rischio, nonché di reazione e gestione dell’evento. Ultimo elemento, ma non certo per importanza, è il fatto che l’essere umano tenda sempre a minimizzare e sottostimare l’individuo responsabile dell’attacco. Fatto ancora più preoccupante, la tendenza crescente ad indossare giubbotti antiproiettile, usare armi multiple, l’impiego di misure diversive e di tattiche per bloccare le vie di fuga, denotano in maniera agghiacciante la volontà precisa di fare più vittime possibili.

La reazione umana

Come già più volte abbiamo potuto essere testimoni durante una crisi, gli esseri umani sono imprevedibili quando, messi a confronto con la realtà e la sua accettazione, si rendono conto di essere vittima di un attacco armato esploso a sorpresa in maniera rapida e violenta, durante un normale momento di routine giornaliera. Anche per quelli più preparati, la natura improvvisa e dinamica di quello che potrebbe accadergli, può evocare una reazione fisiologica di “congelamento da terrore” subito prima della classica risposta “fight or flight”, ovvero combatti o fuggi. È in questa fase di una situazione di “active Shooting” che il concetto del tempo cambia di significato. Tutti quelli soggetti all’attacco, compreso colui che lo sta compiendo, vengono influenzati da un conto alla rovescia che inizia ancora prima che la violenza stessa dell’attacco esploda. Dal punto di vista dell’assalitore, esso realizza definitivamente ed accetta che ogni primo soccorritore nel raggio visivo ed uditivo del luogo dell’attacco convergerà sullo stesso nell’arco di pochi minuti. Cercare di mitigare questo vantaggio dinamico, all’interno di un ambiente compromesso ed in rapido collasso, è la componente essenziale più critica e centrale per cercare di salvaguardare quelli che ora sono diventati a tutti gli effetti bersagli vulnerabili.

Il divario critico

Al giorno d’oggi, relativamente a questo rischio, il mantra dell’apparato tradizionale di sicurezza si divide tra sicurezza attiva e sicurezza passiva. Funzionano anche da deterrenza tra eventi o per la risposata all’interno di specifici eventi. Come la storia ha avuto modo di provarci più volte, i risultati di queste misure si sono rivelati inefficaci nel prevenire e/o mitigare quest’uccisione attiva di gente innocente. Quindi, come possiamo in qualche modo colmare il divario con i vantaggi tattici di chi perpetra l’attacco e superare questo limite intrinseco umano? Attraverso la comprensione di; cosa e quanto poco possano fare le istituzioni nel prevenire o reagire ad un attacco, ma soprattutto come rendere un’intera popolazione, inconsapevole di subire un attacco, pienamente consapevole della situazione che si affronta e di fare qualcosa a riguardo. In breve, prima la popolazione stessa acquisisce la consapevolezza, prima saranno in grado di reagire in maniera efficace.

 

A cura di: Ferretto Marcello

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