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RUSSIALa svolta che legittima (per Putin) il pulsante nucleare

21.09.22 - 11:45
La mobilitazione parziale in Russia modifica indelebilmente lo scenario. E porta infine la guerra nelle case dei russi
AFP
La svolta che legittima (per Putin) il pulsante nucleare
La mobilitazione parziale in Russia modifica indelebilmente lo scenario. E porta infine la guerra nelle case dei russi

MOSCA - Alla fine Mosca ha squarciato il velo. L'annuncio della mobilitazione parziale che il presidente russo Vladimir Putin ha pronunciato questa mattina segna il momento in cui la guerra in Ucraina entra, giocoforza, nelle case di migliaia di russi in tutta la Federazione.

Perché saranno 300'000 i riservisti - cifre del Ministero russo della Difesa -, perlopiù giovani cittadini, che Mosca ora richiamerà in servizio. E questo non può che aver innescato un'onda d'urto attraverso gli sconfinati territori della Russia. Perché se da un lato la decisione di Putin farà inevitabilmente la gioia di tutte quelle voci critiche alzatesi contro il Cremlino in questi giorni di controffensiva ucraina, dall'altra è pure l'ammissione che la cosiddetta "operazione speciale" non sta andando esattamente - citando le parole di Putin, ribadite in più occasioni - «come pianificato». Una verità che ora entrerà direttamente dalle finestre e sarà quindi più difficile nascondere poi sotto i tappeti.

La "soluzione" che non risolve il problema
Non a caso, lo stesso generale Shoigu, subito dopo aver snocciolato le cifre in coda alle parole dello "Zar", ha cercato di tranquillizzare gli animi. I riservisti non saranno richiamati tutti insieme, ma solo secondo le necessità. E non ci saranno coscrizioni degli studenti, che quindi «possono continuare ad andare a lezione». Paul Adams, corrispondente diplomatico della BBC, ha spiegato inoltre che la mobilitazione non va intesa come dall'oggi al domani, perché saranno necessari mesi per mobilitare ed equipaggiare le nuove forze da inviare in Ucraina. Soprattutto alla luce delle gravi perdite subite, in termini di armi ed equipaggiamento, in questi mesi. Che rendono difficoltoso anche rifornire le truppe già presenti in loco. La stessa idea la esprime nella sua analisi il corrispondente del Guardian Luke Harding, convinto che la decisione del Cremlino «non risolverà le carenze» che affliggono le truppe russe impegnate in Ucraina. E che, al contrario, potrebbero subire un duro contraccolpo sul proprio morale - che già non sembra essere altissimo - vedendo prendere forma all'orizzonte un lungo e freddo inverno al fronte.

L'ennesima svolta nel conflitto
Per quanto Mosca possa tentare d'incastrarla nel continuum delle sue azioni, dal 24 febbraio a oggi, la mobilitazione parziale segna una svolta. Anche Dario Fabbri, esperto geopolitico italiano, ha speso questa stessa parola, commentando su Open le parole di Putin. Perché «dopo questo passaggio, difficilmente qualcuno, anche in Russia, potrà negare che questo sia un conflitto». E questo «indipendentemente da come il Cremlino vorrà chiamarlo nei prossimi mesi».

Fabbri, con una sintesi mirata, ha chiarito nella sua analisi che sono due le ragioni che hanno portato il Cremlino a rispondere in questi termini. La prima sono «i mezzi tecnologici e gli armamenti occidentali, arrivati e adesso anche impiegati dagli ucraini». La seconda è invece la «forza esigua da parte russa per tenere tutto il territorio che si è presa fino ad adesso». La Russia che, «non potendo pareggiare la tecnologia degli armamenti occidentali - nel breve e forse nemmeno nel lungo periodo -, punta sugli effettivi» per cercare di «evitare quanto successo con l'ultima controffensiva ucraina».

Legittimare il pulsante nucleare
«Certo, ora sono molti anche i rischi», aggiunge Fabbri, ricordando che «nelle stesse ore è stata confermata anche l'intenzione di celebrare referendum posticci proprio nei territori finiti nelle mani dei russi e dei loro miliziani». Referendum i cui risultati appaiono come già scritti. Nelle due repubbliche autoproclamate del Lugansk e del Donetsk, così come nelle aree conquistate nelle regioni di Kherson e Zaporizhzhia.

«Probabilmente assisteremo a fasulli plebisciti». Ma a quel punto sarà necessario interfacciarsi con una "realtà" differente. E i fatti dicono che «per tenere questi territori c'è bisogno di uomini». E non solo. Fabbri identifica un'ulteriore svolta nella svolta. «Altrettanto pericolosa: dal momento in cui questi territori diventassero - anche formalmente, dal punto di vista di Mosca - parte della Federazione, la Russia deterrebbe il diritto, nella sua interpretazione, di attaccare nuclearmente chiunque provasse a recuperarli».

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