Shein, dietro le paillettes degli influencer c'è l'oscurità delle sue fabbriche

Partita dal nulla per diventare un colosso del fast fashion, anche grazie agli influencer, l'azienda cinese è al centro delle critiche


Partita dal nulla per diventare un colosso del fast fashion, anche grazie agli influencer, l'azienda cinese è al centro delle critiche

Gli utenti dei social sono volubili, si sa, e passare dal “sei bellissima” al “vergognati” è un attimo. Lo sa bene Belen Rodriguez, nota showgirl e influencer argentina, che si è di recente trovata al centro di un polverone mediatico per via di una foto, pubblicata sul suo profilo Instagram, in cui indossa un completo Shein, noto brand cinese. Da sempre abituata a essere apprezzata per le proprie scelte di moda, questa volta la Rodriguez è stata criticata per aver indossato il discusso marchio, accusato, a sua volta, di essere particolarmente inquinante e sfruttare la propria manodopera per fini di lucro.

Imago/NurphotoManifestanti francesi di Extinction Rebellion davanti a un negozio Shein, a Tolosa.

Le rivelazioni in un documentario

Shein, di cui avevamo già parlato è stato di recente protagonista del documentario 'Untold: Inside the Shein Machine', trasmesso su Channel 4, che svela cosa vi è dietro l'enorme successo del marchio che si fonda su capi d'abbigliamento nuovi ogni giorno, prezzi molto accessibili e una potente strategia di marketing alle spalle. Un reporter è riuscito a introdursi, sotto copertura, in una delle fabbriche a cui Shein appalta la produzione dei propri prodotti, portando alla luce quelle che sono le condizioni dei lavoratori che in essa vi lavorano. In una delle due fabbriche di Guangzhou, in Cina, di cui si parla nel documentario, i lavoratori sono costretti a cedere il primo mese di paga e a confezionare una media di 500 pezzi al giorno a fronte del pagamento di uno stipendio di appena 4 mila yuan, circa 560 euro.

Nell'altro stabilimento, invece, gli operai vengono pagati a cottimo, appena 4 centesimi per ogni articolo confezionato. In entrambi gli stabilimenti, l'orario di lavoro è massacrante,  con turni di 18 ore e un solo giorno di riposo al mese. Nel documentario vengono svelati anche altri aspetti inquietanti del brand Shein, come la decurtazione dello stipendio in caso di errore nel confezionamento dei capi di abbigliamento o per comportamenti ritenuti, arbitrariamente, inopportuni. A due donne, per esempio, sono stati trattenuti due terzi della paga perché sorprese a lavarsi i capelli in pausa pranzo. Shein, da parte sua, non ha mai risposto alle critiche mosse dopo la messa in onda del documentario, limitandosi a dichiarare che «qualunque comportamento non conforme alla legge da parte dei fornitori verrà tempestivamente individuato e la partnership interrotta».

Imago/Rüdiger Wölk

La (non) etica del fast fashion

Un capo d'abbigliamento dal prezzo irrisorio non pone solo il problema dell'inumano sfruttamento dei lavoratori, ma anche questioni di ordine ambientale che, in un epoca di emergenza climatica come quella attuale, sono particolarmente pressanti. Su tale tema, Marketplace CBC News ha girato un documentario che rivela come, nei prodotti di Shein e di altri marchi a basso costo, fosse presente una quantità di agenti chimici superiore a quella consentita.

I ricercatori dell'agenzia governativa Health Canada avevano rinvenuto in una giacca per neonati Shein una quantità di piombo di ben venti volte superiore a quella stabilita per legge, mentre una borsa, sempre del marchio Shein, ne conteneva cinque volte in più. La bassa qualità dei prodotti, inoltre, pone anche un problema di riciclo se si considera che tali capi d'abbigliamento o accessori finiscono in discarica dopo essere stati utilizzati poche volte.

Molte persone, intervistate dopo la messa in onda del documentario, si sono dette scioccate da quanto appreso, mentre per altre tutto questo è effetto della crisi economica in corso: «Se abbiamo bisogno di vestire noi stessi o la famiglia, ci troviamo di fronte al fatto di dover prendere la decisione più economica, nonostante conosciamo le ripercussioni e l'effetto domino che sta avendo dall'altra parte del mondo» ha dichiarato una giovane donna mentre un'altra ha affermato che «le persone sono a conoscenza di queste cose ma le negano per poter continuare a comprare delle cose per sentirsi meglio». Come a dire che chi non può permettersi di scegliere ha le mani legate ma chi, invece, non ha problemi economici dovrebbe farsi portavoce di scelte etiche.

AFPUn commesso apre le porte a un negozio di Shein, a Tokyo.

Così nasce un colosso

Fin dai suoi esordi nel mondo del fast fashion, Shein ha attirato su di sé forti critiche, nonostante un successo planetario che lo ha portato a essere, nel 2020, il brand più discusso su TikTok e YouTube e il quarto più discusso su Instagram. Fondato in Cina nel 2008, con il nome di ZZKO, dall'imprenditore Chris Xu, iniziò la sua attività commercializzando abiti da sposa. Cambiato il proprio nome in Sheinside, l'azienda iniziò ad acquistare capi d'abbigliamento nell'enorme mercato all'ingrosso di Guangzhou, dove si servono moltissimi produttori cinesi, rivendendoli direttamente a clienti internazionali tramite grossisti. Con tale sistema, nel 2010, iniziò a vendere  i propri prodotti in Spagna, Francia, Russia, Italia e Germania, per poi servirsi, nel 2012, del social media marketing tramite la collaborazione con fashion blogger ed influencer capaci di garantire una serie di  sponsorizzazioni su Facebook, Instagram e Pinterest.

Imago/NurPhotoIl vice-presidente di Shein, Donald Tang.

Partita nel 2013 con soli 100 dipendenti, Shein è arrivata, nel 2021, a essere valutata 30 miliardi di dollari mentre nel 2022 è arrivata a 100 miliardi di dollari, più di due colossi come Zara e H&m messi insieme. Durante la pandemia del 2020, Shein ha realizzato un fatturato di 10 miliardi di dollari, aumentando le proprie vendite, per il settimo anno consecutivo, di oltre il 100%. Sempre nel 2020, Shein si è confermata come la più grande azienda di moda esclusivamente online del mondo.

Eppure, come detto, nonostante l'enorme successo, il brand cinese si è spesso trovato al centro di polemiche o casi giudiziari, come nel caso della causa intentata dalla Levi Strauss &Co. O della Dr Martens per aver copiato i propri prodotti, o la Ralph Lauren che ha intentato una causa legale per violazione del marchio e concorrenza sleale contro Zoetop Business, la società madre di Shein.Lo stesso vale per una serie di piccoli rivenditori di moda che hanno accusato Shein di aver copiato i propri prodotti e averli rivenduti a un costo di gran lunga inferiore.

Imago/NurPhotoLou Ruat, modella e testimonial di Shein.

Sulla rete, nel bene e nel male

Nel 2020 l'hashtag BoycottShein è diventata popolare su TikTok e Twitter proprio con l'intento di supportare e tutelare gli artisti indipendenti dal pericolo di veder contraffatti i propri prodotti. Se, a dispetto delle tante ombre che aleggiano intorno a questo brand, il suo successo non è messo in discussione è grazie a un intenso 'influencer program ', ossia un tipo di marketing in cui ci si concentra più sulle persone considerate influenti, che non sul mercato di riferimento in particolare. Il successo di un prodotto, quindi, si basa su di un tipo di strategia che utilizza sponsorizzazioni e menzioni da parte delle influencer che hanno un grande seguito sui social e che, di conseguenza, vengono visti dai propri followers come esperti in un determinato settore.

Shein ha predisposto un sistema tramite il quale i profili più seguiti su Instagram o TikTok si possono candidare per diventare testimonial del brand, ricevendo un compenso economico e un gran numero di prodotti del marchio cinese per creare contenuti a scopo promozionale sui propri canali social. Si viene, quindi, a creare un circuito chiuso in cui più capi si producono, più sponsorizzazioni si mettono in campo e più soldi si guadagnano.

AFPClienti giapponesi allo store di Shein, a Tokyo.

In saldo anche i diritti umani

Il tutto però, come visto, a scapito dei diritti fondamentali di tutti quei lavoratori che, con il proprio lavoro, massacrante e semi gratuito, garantiscono, di fatto, un tale risultato. Il settore della moda va sempre più di fretta e ciò che va di moda un giorno può diventare fuori moda il giorno successivo. Il concetto stesso di Fast Fashion, ossia di indumenti e accessori pensati per venir utilizzati per poco tempo e poi gettati via, non può che far riflettere sull'impatto ambientale ed etico che una tale scelta implica.

Una vendita a basso costo presuppone una produzione a basso costo che comporta, a sua volta, minore attenzione per le scelte ambientali e il sacrificio di quelli che sono i diritti fondamentali dei lavoratori del settore. Secondo i dati forniti dalla Commissione Economica per l'Europea l'industria tessile è responsabile del 20% dello spreco globale dell'acqua e del 10% delle emissioni di anidride carbonica.

Ogni giorno vengono scaricati nei corsi d'acqua, utilizzati da coloro che abitano in prossimità delle industrie tessili, agenti inquinanti usati per la colorazione e lo sbiancamento dei tessuti con un danno ambientale incalcolabile. La Fast Fashion esaspera anche il divario esistente tra i costi del lavoro in Occidente e nei Paesi in via di sviluppo dove vi è meno tutela della mano d'opera locale. Servirebbe una riflessione seria sul tema e una strategia comune che permetta di bloccare lo strapotere di alcuni marchi a basso costo che, sull'altare del vantaggio economico, sacrificano diritti fondamentali quali il lavoro e la tutela dell'ambiente.

Alla fine arriva il mea culpa

A due settimane dalla messa in onda di "Inside the Shein machine: Untold" di Channel 4, il colosso della moda cinese gioca la carta del mea culpa e fa una promessa. In un comunicato diramato lunedì, il marchio cinese ha ammesso che in due dei suoi stabilimenti cinesi sono state osservate delle violazioni. In particolare in uno dei due siti un'indagine interna ha rivelato che i dipendenti lavoravano 13 ore e mezza al giorno e avevano solo due liberi al mese. Nel secondo sito i dipendenti lavoravano fino a più di dodici ore e non c'erano chiare indicazioni sui giorni liberi.

Shein ha quindi tagliato i tre quarti degli ordini dei produttori che gestiscono i due siti in questione e ha chiesto che entro il 31 dicembre gli orari di lavoro vengano rielaborati in modo da rientrare nei parametri della legge. In caso contrario, intenterà delle azioni legali. Inoltre è pronta a investire 15 milioni di dollari per migliorare gli standard di centinaia di fabbriche dei suoi fornitori nei prossimi quattro anni.

Tuttavia Shein non riconosce alcuna delle accuse riguardanti i salari dei dipendenti. Afferma anzi che gli stipendi siano «significativamente» più alti del salario minimo di Guangzhou e di quello medio dei lavoratori del settore tessile di tutta la regione. «Anche le affermazioni secondo cui le fabbriche trattengono i salari dei lavoratori sono false». CG


Appendice 1

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Imago/NurphotoManifestanti francesi di Extinction Rebellion davanti a un negozio Shein, a Tolosa.

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AFPUn commesso apre le porte a un negozio di Shein, a Tokyo.

AFPClienti giapponesi allo store di Shein, a Tokyo.

Imago/NurPhotoIl vice-presidente di Shein, Donald Tang.

Imago/NurPhotoLou Ruat, modella e testimonial di Shein.

Imago/Rüdiger Wölk

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