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MONDOVaccini nasali contro il Covid. A che punto siamo?

18.08.22 - 06:00
Somministrazione più semplice. Capacità di bloccare anche la trasmissione. Ma il traguardo è ancora distante
Depositphotos (foto d'archivio)
Vaccini nasali contro il Covid. A che punto siamo?
Somministrazione più semplice. Capacità di bloccare anche la trasmissione. Ma il traguardo è ancora distante

NEW YORK - «Serve un vaccino in grado di bloccare il virus nelle alte vie respiratorie». È una di quelle frasi che, a turno, abbiamo sentito pronunciare a decine di virologi ed esperti nel corso dei due anni di emergenza Covid-19. Nei salotti televisivi. In rete. E sulle pagine dei giornali. Li chiamano anche vaccini di "nuova generazione"; più semplici da somministrare - attraverso un nebulizzatore nasale - e, in potenza, più efficaci nell'innescare una risposta immunitaria, proprio nelle aree utilizzate dal patogeno per infettare. Ma come funzionano? E a che punto è il loro sviluppo?

Andiamo con ordine e partiamo da una delle più recenti pubblicazioni scientifiche sul tema, firmata da un team di ricercatori dell'Univesità del Minnesota - comparsa sull'ultimo numero della rivista Science Translational Medicine - che propongono una soluzione. In termini di metodo.

In sintesi, riducendo quindi i tecnicismi all'essenziale, i ricercatori hanno trovato un sistema per modificare gli antigeni del vaccino in modo tale che possano legarsi all'albumina, che è una proteina prodotta dal nostro corpo, riuscendo così a superare l'ostacolo posto dalla presenza del muco nella cavità nasale, che non consente l'accesso al tessuto sottostante e, di conseguenza, impedisce che possano attivarsi le cellule immunitarie. Ed è inutile sottolineare che un'immunità sviluppata a livello di naso, bocca e polmoni andrebbe - nel caso di un virus come il SARS-CoV-2 - a coprire il fianco lasciato scoperto dagli attuali vaccini: frenare in modo più efficace anche la trasmissione del virus e non solo ridurre gli effetti della malattia.

Un potenziale freno anche alla trasmissione
«I vaccini tradizionali che vengono somministrati per iniezione non sono di solito sviluppati per istituire un'immunità a livello dei tessuti mucosali» ma piuttosto «nel sangue». Come una «linea di difesa d'emergenza», ha spiegato il professor Brittany Hartwell, primo firmatario dello studio. Al contrario, sviluppare un'immunità nelle aree delle mucose, come quella nasale, «sviluppa una difesa frontale in grado di dare migliore protezione contro la trasmissione di queste malattie». Detto altrimenti: neutralizzare il virus prima che riesca a farsi strada verso gola e polmoni, per poi riprodursi. E questo non significherebbe solo ridurre l'incidenza della malattia ma anche l'insorgenza di nuove varianti, che si generano da errori commessi dal virus stesso in fase di replicazione.

Il traguardo? È ancora molto distante
Ancora più nel dettaglio - spiega su The Conversation la professoressa Fiona Smaill, esperta in patologia e medicina molecolare della McMaster University - un vaccino di questo genere contro il Covid-19 potrebbe sfoggiare una marcia in più anche in virtù della suo "mirino" multivalente, che non si concentra sulla sola proteina spike ma anche su altre, interne al virus, che non mutano da una variante all'altra. Con il suo team l'esperta sta conducendo una sperimentazione "human trial" di fase uno per testare efficacia e sicurezza del proprio preparato. E non è il solo già in fase di sviluppo. Ma il traguardo per questi vaccini di seconda generazione appare ancora distante. E ci vorranno almeno «un paio d'anni», stando alle più recenti previsioni del virologo statunitense Anthony Fauci, prima di poterli annoverare nell'arsenale delle contromisure contro il Covid. E non solo contro quello.

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