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Ma alla fine chi sono i cattivi?

Un nuovo rapporto di Amnesty mette in luce discutibili comportamenti dell'esercito ucraino. Ma le critiche non mancano


Il 4 agosto scorso un rapporto pubblicato da Amnesty International ha sollevato un coro di polemiche e indignazione. In esso si può leggere che «nel tentativo di respingere l’invasione russa, iniziata a febbraio, le forze ucraine hanno messo in pericolo la popolazione civile collocando basi e usando armamenti all’interno dei centri abitati, anche in scuole e ospedali. Queste tattiche violano il diritto internazionale umanitario perché trasformano obiettivi civili in obiettivi militari».

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Una popolazione messa in pericolo

Come detto da Agnés Callamard, segretario generale di Amnesty International, «abbiamo documentato un modello in cui le forze ucraine mettono a rischio i civili e violano le leggi di guerra quando operano in aree popolate (...) essere in una posizione difensiva non esenta l’esercito ucraino dal rispetto del diritto umanitario internazionale».

Tra aprile e luglio scorso, i ricercatori della Ong hanno visitato i luoghi colpiti dagli attacchi russi nelle regioni di Kharkiv, Donbass e Mykolaiv, intervistando i sopravvissuti e i familiari delle vittime e analizzando le armi utilizzate durante gli scontri. Il Crisis Evidence Lab dell’organizzazione si è anche servita di immagini satellitari che testimonierebbero il fatto che i centri abitati dove venivano dislocati i soldati ucraini erano molto distanti dalle linee del fronte e dunque, sempre secondo Amnesty International «ci sarebbero state alternative che avrebbero potuto evitare di mettere in pericolo la popolazione civile».

Secondo le testimonianze raccolte, l’esercito ucraino era operativo nei pressi delle abitazioni civili esponendo la popolazione ucraina al rischio di ritorsioni da parte dei russi: «I soldati stavano in una casa accanto alla nostra-racconta la madre di un uomo ucciso da un attacco russo a Mykolaiv-e mio figlio andava spesso da loro a portare del cibo. L’ho supplicato diverse volte di stare lontano, avevo paura per lui. Il giorno dell’attacco io ero in casa e lui in cortile. È morto subito, il suo corpo è stato fatto a pezzi». I civili delle regioni più colpite parlano di soldati in città, e di attività militari condotte nei quartieri ancora abitati. E si sa che, come detto da uno di loro «quando c’è fuoco in uscita subito dopo c’è anche fuoco in entrata».

Un altro episodio significativo su cui si basa il rapporto di Amnesty International riguarda l’attacco delle forze russe contro un granaio sito nella regione di Mykolaiv, durante il quale rimase gravemente ferito un contadino che lavorava li vicino. Molti testimoni confermarono poi il fatto che la struttura si trova lungo una strada che porta a una fattoria abitata che era stata usata come base dall’esercito ucraino.

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Bombe su strutture civili, che forse non lo erano

A Bakhmut, nell’Oblast di Donetsk, il 18 maggio scorso, un missile russo ha distrutto parzialmente un edificio a più piani e danneggiato quelli vicini. Tre abitanti del quartiere hanno poi confermato che prima dell’attacco, uno dei palazzi di fronte era stato utilizzato dell’esercito ucraino e che molti mezzi militari ucraini erano parcheggiati sotto il palazzo rimasto danneggiato dall’attacco russo.

Nel rapporto di Amnesty International si parla anche di ospedali utilizzati dagli ucraini come basi militari e di militari ucraini che «si riposavano, passeggiavano o mangiavano all’interno delle strutture ospedaliere». Lo stesso dicasi per le scuole che, pur essendo chiuse e quindi prive di studenti e personale scolastico, sono comunque dislocate vicino a dei centri abitati.

Come scritto nel rapporto «in 22 delle 29 scuole visitate, i ricercatori di Amnesty International hanno trovato soldati o rinvenuto prove delle loro attività in corso al momento della visita o precedenti». Sempre a Bakhmut, il 21 maggio scorso, «le forze russe hanno colpito un edificio universitario usato come base militare dalle forze ucraine uccidendo 7 soldati» e tale sede universitaria, si legge nel rapporto, è «adiacente a un palazzo a più piani, danneggiato nell’attacco insieme ad altre abitazioni civili». Un rapporto destinato ad avere un effetto deflagrante, quindi, nonostante sia specificato a chiare lettere che «la tattica delle forze ucraine di collocare obiettivi militari all’interno dei centri abitati non giustifica in alcun modo attacchi indiscriminati da parte russa».

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Chi gongola e chi critica

Le reazioni e le polemiche, a livello mondiale, come detto, non si sono fatte attendere. Mentre la propaganda russa l’ha accolto con grande enfasi, interpretandolo come una sorta di riconoscimento al suo giusto operato, il presidente ucraino Zelensky ha accusato l’organizzazione di voler «spostare le responsabilità dall’aggressore alle vittime (...) e se qualcuno scrive un rapporto in cui la vittima e l’aggressore sono presumibilmente uguali in qualcosa, e se vengono analizzati alcuni dati sulla vittima e viene ignorato ciò che l’aggressore stava facendo in quel momento, questo non può essere tollerato».

Dal canto suo Oksana Pokalchuck, direttrice di Amnesty International Ucraina, ha annunciato le sue dimissioni affermando, sul suo profilo Facebook, di aver cercato di dissuadere l’organizzazione dal pubblicare il rapporto così come è stato pubblicato. «Se non vivi in un Paese occupato da invasori che lo stanno facendo a pezzi, probabilmente non capisci cosa significhi condannare un esercito di difensori».

La Polkalchuck, ha poi ribadito che «dall’inizio dell’aggressione non abbiamo smesso di sottolineare le violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale commesse dalla Russia e documentiamo accuratamente queste violazioni che costituiranno la base di numerosi procedimenti legali che contribuiranno ad assicurare i responsabili alla giustizia».

Visto il polverone sollevato, domenica 7 agosto, Amnesty International si è premunita di diramare un comunicato in cui si diceva «rammaricata per le reazioni di rabbia e sgomento suscitate dal comunicato stampa del 4 agosto circa le tattiche di guerra delle forze ucraine» ribadendo che «la priorità di Amnesty International, in questo come in ogni altro conflitto, è la protezione dei civili: questo era dunque il nostro unico obiettivo quando abbiamo reso nota l’ultima ricerca, di cui confermiamo in pieno le conclusioni».

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«E’ un mix di stupidità e cinismo. Vuol dire fare il gioco di Putin»

Le polemiche, però, non sono andate a scemare e sono numerosi i giornalisti, gli esperti di scenari di guerra e tattiche militari che si sono schierati contro tale rapporto. In particolare, i critici mettono in evidenza che le testimonianze raccolte siano relativamente poche e che non si tenga conto del contesto generale. Secondo gli esperti interpellati in merito, l’esercito ucraino ha tentato di evacuare quante più città possibile sulla linea del fronte, anche a costo di grandi rischi. In più, in molti villaggi, non ci sono strutture alternative alle scuole o agli ospedali, peraltro già evacuati, dove poter ospitare le truppe.

Secondo le testimonianze di un gran numero di giornalisti presenti sul campo, tali edifici civili vengo utilizzati unicamente per ospitare i soldati nei momenti di pausa e non sono mai stati segnalati attacchi dell’esercito ucraino partiti dai centri abitati. La conclusione a cui si arriva, seguendo le argomentazioni di coloro che si sono detti critici verso il rapporto della Ong, è che l’esercito ucraino non abbia voluto mettere intenzionalmente in pericolo i civili ma si è visto costretto ad operare in zone occupate ancora dai civili che non erano stati evacuati. In guerre che, ormai, vengono combattute ‘casa per casa’ è sempre più difficile poter distinguere quale siano zone civili e quali zone di guerra.

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Come detto dal filosofo Bernard Henry Levy è «come accusare la resistenza francese di aver combattuto nelle strade di Parigi nell’agosto del 1944. E’ un mix di stupidità e cinismo. Vuol dire fare il gioco di Putin».  Gli scontri armati in aree abitate da civili vanno, ovviamente, a grave discapito di questi ultimi che si trovano in mezzo a feroci combattimenti ma, gli esperti sono ben lungi dal definirle quali azioni deliberate, come invece appaiono nel rapporto di Amnesty International. In sostanza, come affermato dal giornalista dell’emittente statunitense Npr, Julian Hayda, le critiche al rapporto «dipendono più da ciò che non dice che da quello che dice».

Il report, insomma, ha la colpa di essere troppo vago nei contenuti e di non circostanziare adeguatamente le violazione del diritto umanitario, a cui fa riferimento,  da parte dell’esercito ucraino. In molti lo hanno definito un passo falso e se Amnesty International non può certo essere accusata di appoggiare il regime di Vladimir Putin, in molti si chiedono se fosse proprio questo il momento per pubblicare un rapporto dal contenuto così facilmente fraintendibile.


Appendice 1

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