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FOCUSIl mondo è malato ma manca chi lo possa curare

18.07.22 - 06:31
Gli infermieri abbandonano perché sottoposti a stress fisico e psicologico.
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Il mondo è malato ma manca chi lo possa curare
Gli infermieri abbandonano perché sottoposti a stress fisico e psicologico.
Il futuro sanitario è nelle mani del personale proveniente dall'Africa, India e Filippine.

NEW YORK -  

Secondo Howard Catton, amministratore delegato del Consiglio internazionale degli infermieri, Icn, una federazione composta da più di 130 organizzazioni infermieristiche, “la carenza di infermieri in tutto il mondo rappresenta una delle più grandi minacce sanitarie”. Già nel 2020, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, Oms, aveva lanciato l’allarme avvertendo che, in tutto il mondo, mancavano 5,9 milioni di infermieri, pari a 28 milioni di persone.

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Corsie, che stress - Per far fronte a questa carenza, si stima che entro il 2030 il numero dei laureati in scienze infermieristiche dovrebbe aumentare, a livello mondiale, dell’8% all’anno. La cosa sembra, ad oggi, poco realizzabile considerando che sempre più personale infermieristico abbandona annualmente il proprio lavoro perchè sottoposto ad una pressione eccessiva a livello fisico e psicologico. La questione della mancanza di infermieri assume una dimensione allarmante anche in considerazione del fatto che secondo il Triple Bilion Target, il tredicesimo programma generale di lavoro dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, entro il 2023 ci si è impegnati a raggiungere tre obiettivi molto ambiziosi a livello sanitario globale. Il primo di essi è incrementare di un miliardo le persone beneficiarie di una copertura sanitaria universale, un miliardo di persone in più protette dalle emergenze sanitarie ed un miliardo in più di persone che vedano migliorare il proprio stato di salute e benessere. Un programma ambizioso, come detto, ma difficilmente realizzabile senza coloro che rappresentano una delle colonne portanti del vari sistema sanitario. Bisogna infatti ricordare che gli infermieri sono oggi il 60% della forza lavoro negli ospedali e case di cura, pari a 27, 9 milioni di professionisti del settore. Circa il 90% della forza lavoro infermieristica nel mondo è rappresentato da lavoratrici donne, eppure sono pochissime le posizioni di prestigio da esse ricoperte.

Suicidi ed esaurimenti -  Secondo l’Oms dal gennaio del 2020 al maggio del 2021 sono morti di Covid-19 più di 180 mila operatori sanitari mentre molti altri hanno avuto problemi di esaurimento fisico e mentale dovuti allo stress e la paura di dover gestire le continue ondate del virus. Secondo uno studio del 2021, pubblicato su una delle riviste del network Jama, un consorzio di pubblicazioni mediche, un’infermiera ha il doppio delle probabilità di suicidarsi rispetto ad una persona che non svolge quella professione. Se è vero che, dopo essere stati incensati e trattati da eroi durante la pandemia da Covid-19, la categoria degli infermieri è stata prontamente abbandonata, non bisogna però credere che tutti i problemi risalgano al periodo dell’emergenza sanitaria ancora in corso. Vi era già in atto una profonda crisi determinata da un accumulo  di problemi che non sono mai stati affrontati seriamente dalla classe politica dei Paesi interessati. Come raccontato da Danielle Henderson, infermiera e madre di cinque figli, licenziatasi nel 2020 allo scoppio della pandemia, “All’epoca era incinta e non mi sentivo tutelata, E mentalmente ero già esaurita anche prima del covid (...) c’è troppo da fare: accoglienza di base, pulizie, pesi da sollevare e poi bisogna badare ai pazienti ed essere empatici. Non credo che gli infermieri siano adeguatamente retribuiti per tutto questo”. Anche per Matthew Crecelius, trentunenne del Missouri, “fare i turni di notte e lavorare per orari prolungati non è il massimo per la mia salute mentale. E’ un mestiere davvero duro”. L’uomo è l’ennesimo infermiere ad aver abbandonato il proprio campo di lavoro. Come detto, la pandemia ha avuto un impatto durissimo rispetto al fenomeno dell’abbandono di questa professione ma non è l’unico dei problemi.

Lasciano non per soldi ma per  mancanza di apprezzamento - Secondo uno studio dell’azienda di consulenza statunitense McKinsey, dell’agosto dello scorso anno, è emerso che l’insoddisfazione della categoria è diffusa ovunque e in cinque, dei sei Paesi messi sotto osservazione, circa un terzo degli infermieri ha dichiarato di volersi dimettere entro la fine dell’anno. Tra le motivazioni citate, tutte molto uniformi, la scarsa retribuzione figura agli ultimi posti mentre ai primi figurano la mancanza di apprezzamento e riconoscimento, i carichi eccessivi di lavoro ed “il bisogno di appartenenza”. I dati relativi alla disponibilità di personale infermieristico in Europa, vede agli ultimi posti la Lettonia, la Bulgaria e la Grecia dove, nel 2019, vi erano 295,76 abitanti per infermiere. In Germania, nello stesso anno, si contavano 71,69 abitanti per infermiere seguita poi dai Paesi Bassi, 95,56, e l’Austria con 96,40. In Svizzera, nel novembre del 2021, si è svolto un referendum, che ha avuto esito positivo, per migliorare le condizioni di lavoro degli infermieri. Come detto da Yvonne Ribi, direttrice dell’Associazione svizzera degli infermieri, “Ci sono troppi infermieri che abbandonano la professione e un terzo ha meno di 35 anni. Il problema non sono le retribuzioni ma le cattive condizioni di lavoro”. Negli Stati Uniti, circa il 15% degli infermieri ha abbandonato il lavoro durante il primo anno di pandemia, contro l’11% del 2019. Nonostante tutto, però, gli Stati Uniti possono vantare uno dei rapporti tra i più alti del mondo sviluppato, con 16 infermieri ogni mille abitanti mentre, nel Regno Unito, il rapporto è di dieci infermieri ogni mille abitanti.

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- Nel Regno Unito, un sondaggio condotto dal Nursing and Midwifery Council, ha rivelato che oltre 27 mila infermieri ed ostetrici si sono cancellati dal registro ufficiale, tra il marzo del 2021 ed il marzo 2022. Rimane il fatto che la soluzione al problema della mancanza di infermieri è, essa stessa, un problema. La provincia canadese del Québec ha stanziato 65 milioni di dollari canadesi per assumere e formare del personale infermieristico straniero proveniente da Algeria, Camerun, Mauritius, Marocco e Tunisia. Lo stesso dicasi del Regno Unito che, da molto tempo, dipende dagli infermieri stranieri proveniente, in special modo, dalla Giamaica, India e Filippine. La dipendenza del personale straniero, però, ha comportato per il Paese un rischio molto serio dato che, nei primi tre mesi della pandemia, le assunzioni internazionali sono crollate quasi a zero vista l’impossibilità e viaggiare nel Paese. Nel 2021, quasi 14 mila infermieri provenienti dalla Nigeria e dal Ghana si sono iscritti nel registro britannico degli infermieri a cui si aggiungono 3.655 dallo Zimbabwe, un Paese che, di suo, ha una grave carenza di assistenza infermieristica. Il grave problema delle assunzioni dall’estero era stato denunciato anche dal direttore generale dell’Oms, Adhanom Ghebreyesus, il quale aveva osservato che “molti Paesi si stanno ancora affidando alle assunzioni dall’estero per accrescere rapidamente la propria capacità interno (...) e questo rischia di accelerare la migrazione e la mobilità globale del personale sanitario”. Ciò a danno di Paesi a reddito medio-basso dell’Africa, dell’America Latina, del Sud-Est asiatico e del Mediterraneo orientale già afflitti, essi stessi, dalla mancanza di infermieri. In Africa, per esempio, vi sono dei Paesi che hanno un rapporto di 0,1 infermiere ogni mille abitanti. Andare a svuotare un bacino già così ridotto di personale infermieristico, comporta anche delle implicazioni etiche di un certo rilievo. Come fatto rilevare da Jim Campbell, direttore del Dipartimento del personale sanitario dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, “prendiamo un lavoratore dell’Africa subsahariana: c’è l’inflazione, il tuo salario all’improvviso vale il 20% in meno, mancano i farmaci e le apparecchiature per il covid-19. Poi ti guardi intorno e ti accorgi che puoi andare a lavorare in un bellissimo ospedale a Londra, o in una casa di cura in Scozia, guadagnare dieci volte di più e mandare i tuoi figli a scuola”. Come sempre, è il potere dei soldi a determinare chi si trova dal lato fortunato dell’esistenza. Chi ha diritto di essere curato e chi, invece, è destinato a morire per mancanza di personale sanitario. Niente che non si sappia ma che deve essere necessariamente cambiato perchè venga ridotta una diseguaglianza tanto ingiusta.

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