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TAIWANPrima era tolleranza zero, ora è (anche) uno schiaffo a Pechino

09.05.22 - 17:00
A causa di Omicron, Taiwan ha ribaltato il suo modello di gestione della pandemia. Mentre la Cina invece non arretra.
Reuters
Prima era tolleranza zero, ora è (anche) uno schiaffo a Pechino
A causa di Omicron, Taiwan ha ribaltato il suo modello di gestione della pandemia. Mentre la Cina invece non arretra.
Nella nazione insulare, la comparsa della contagiosa variante ha imposto alle autorità di cambiare l'approccio mantenuto per due anni. L'obiettivo è convivere in equilibrio con il virus.

TAIPEI - «Pechino, guarda come si fa». Se la politica sanitaria di Taiwan avesse una propria voce, probabilmente pronuncerebbe una frase di questo tipo. A ribadire, con una certa dose di scherno, che la nazione insulare e la Cina continentale sono due cose ben diverse. Anche quando si tratta di Covid e di come gestire l'ondata di Omicron.

Dopo due anni di tolleranza zero, mutuata da quello che è stato a lungo il modello vincente "made in Cina", Taiwan ha assestato un deciso colpo di sterzo alla gestione pandemica. Il nuovo "modello taiwanese", annunciato agli inizi di aprile. Proprio in quei giorni la contagiosa variante Omicron aveva fatto breccia sull'isola, innescando un aumento del carico quotidiano di contagi che negli ultimi giorni ha oltrepassato in diverse occasioni la quota di 40mila casi e che, secondo le proiezioni del Ministero della Salute, potrebbe arrivare ad affacciarsi fino alla soglia delle sei cifre.

Convivere con il virus. Perché ora si può
La maglie della tolleranza zero sono, per definizione, strettissime. Ma non al punto da poter sbarrare la strada all'avanzata di un virus nel frattempo "ridisegnato" da decine di mutazioni che lo hanno reso ben più "appiccicoso" di quanto la sua forma originale non fosse. E già lo era in principio. Al contempo però, Omicron si porta in dote un corredo di complicazioni ben più mite. Non ha impattato, come si temeva potesse fare nei giorni successivi alla sua comparsa, sui reparti di ospedale. E così, mentre il Dragone continua a blindare le sue città e spendere milioni (per non dire miliardi) nel testare a tappeto i suoi cittadini piuttosto che ammettere che quegli anticorpi non sono più così infallibili, Taiwan ha capito che con questo virus bisogna ora conviverci, nel limite del possibile. Perché ora lo si può fare.

Questo non significa lasciare al coronavirus la totale libertà di manovra. È questione di stabilire un equilibrio. Il premier Su Tseng-chang lo ha detto chiaramente e senza risparmiare una bordata a Pechino e ai suoi «crudeli» lockdown. Quindi, ridurre al massimo l'eventualità di casi gravi e mantenere un «controllo efficace» su quelli lievi e del tutto asintomatici. Taipei ha quindi allentato i protocolli di quarantena e rivisto i propri "obiettivi". Appiattire la curva, mentre Pechino insiste nel volerla cancellare del tutto, come ben sanno 25 milioni di abitanti, sempre più al limite, a Shanghai.

Pechino e due difficili passi indietro
Due approcci del tutto divergenti nel momento in cui entrambi stanno registrando i numeri più alti dagli inizi della pandemia nel 2020. Linea dura contro convivenza. La paralisi contro la libertà. E poi ci sono i vaccini. La Cina ha autorizzato e inoculato solo quelli prodotti dai propri gruppi farmaceutici. Nei frigoriferi di Taiwan sono al contrario disponibili anche dosi dei preparati basati sulla tecnologia mRNA di Pfizer e Moderna. Più efficaci e che Pechino potrebbe a sua volta importare, ammettendo però (anche se solo implicitamente) che i suoi non sono all'altezza.

Sarebbe un primo passo indietro, che consentirebbe di appiattire il terreno per poi compiere il secondo: sradicare del tutto quella strategia "zero Covid" che vede ora i benefici in totale (e irrecuperabile) svantaggio rispetto ai rischi. Due passi indietro e la Cina: uno scenario difficile da immaginare.

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