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Il rischio di una carestia planetaria: «La fame non dovrebbe diventare un'arma»

Si fa sempre più insistente l'allarme per una crisi alimentare globale a causa del conflitto in Ucraina. Ecco perché


Da più di due mesi si combatte in Ucraina. Due mesi che sono sembrati lungo un anno, passato a seguire il costante aggiornamento di morte e devastazione. L’Europa, come si sa, ha deciso di non scendere militarmente in campo a fianco della Ucraina, ma ha predisposto una serie di sanzioni finanziarie con la finalità d'indebolire l’economia russa.

Ciò che si è fin da subito capito di questa guerra è che non è possibile per noi definirla come “lontana”. Non solo fisicamente, perché si parla di un conflitto in seno al continente europeo, ma anche economicamente perché, gioco forza, gli effetti delle sanzioni finanziarie ricadranno sulla Russia ma anche sui Paesi europei che le hanno varate. E non solo.

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Ci si aspetta un effetto domino

La guerra in Ucraina non riguarda solo i Paesi occidentali ma i suoi effetti, specialmente dal punto di vista economico, sono destinati a estendersi anche a quelli che pur trovandosi geograficamente lontani, come quelli del Nord Africa, del Corno d’Africa e del Medio Oriente, dipendono dalla Russia e dall’Ucraina per l’impostazione di materie prime di fondamentale importanza quale grano, mais, semi e olio di girasole. La Russia è il principale esportatore al mondo di grano mentre l’Ucraina, denominata ‘il granaio d’Europa’, si trova al quinto.

La Russia, poi, esporta anche energia, necessaria per la produzione di fertilizzanti. Come detto dal segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, «le catene di approvvigionamento sono state interrotte. E i costi e i ritardi nel trasporto delle merci importate ancora disponibili, sono a livello record. Tutto questo sta colpendo duramente i più poveri e piantando i semi per l’instabilità politica e disordini in tutto il mondo».

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Un continente sull'orlo della fame

I Paesi del Nord Africa, come l’Egitto o la Tunisia, o del Medio Oriente, come la Siria e il Libano, oltre che l’Iran e il Bangladesh importano il 60% del loro grano dalla Russia e dall’Ucraina. Vi sono poi altri Stati, come il Pakistan, la Libia e lo Yemen che dipendono fortemente dalle importazioni di tali beni dai Paesi in conflitto. 

Secondo un recente report dell’Unctad, l’organismo delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo, sono 25 i Paesi africani che dipendono dal grano russo e ucraino. A rischio si trova la metà del grano che il programma alimentare dell’Organizzazione delle Nazioni Unite acquista per sfamare oltre 125 milioni di persone.

La Fao, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, stima che 13 milioni di persone in tutto il mondo «potrebbero essere spinte verso l’insicurezza alimentare a causa dell’invasione russa». La stessa Fao stima che il numero di persone denutrite a livello globale potrebbe aumentare da 7,6 milioni a 13,1 milioni di persone, a seconda della durata del conflitto ucraino. Se in Russia le esportazioni sono rese difficili dalle sanzioni economiche, in Ucraina la situazione è resa drammatica dalla guerra stessa che ha fortemente compromesso la produzione di tali materie prime.

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Quel grano bloccato dalle bombe

Come spiegato al parlamento europeo dal ministro per l’Agricoltura ucraino Roman Leshchenko «i canali principali di distribuzione del grano erano i nostri porti. Al momento sono quasi tutti distrutti. Il porto del grano di Mikolayiv è stato distrutto dalle bombe russe e lì avevamo un’enorme attrezzatura per lo stoccaggio. Ora è tutto distrutto».

L’agricoltura ucraina è in ginocchio: manca il carburante per far funzionare le macchine agricole, le infrastrutture per la lavorazione e lo stoccaggio delle produzioni agricole sono andate distrutte e le aree coltivate sono diventate, nella maggior parte dei casi, zone di guerra. Tra i milioni di sfollati che si sono rifugiati nei Paesi confinanti vi sono anche tantissimi agricoltori e braccianti agricoli che sono stati costretti dal conflitto ad abbandonare i propri raccolti.

I prezzi del grano hanno raggiunto dei livelli record e a farne maggiormente le spese sono i Paesi poveri e in via di sviluppo o in guerra, come lo Yemen, dove il rischio di carestia è altissimo. Secondo quanto riferito da Maurizio Martina, vicedirettore generale della Fao al giornale Fanpage.it, «il grano è un alimento fondamentale per più di un terzo della popolazione mondiale, che poi è la stessa già in difficoltà dal punto di vista della sicurezza alimentare (...) in alcuni contesti una drastica riduzione di questi beni primari può portare rapidamente a una condizione socioeconomica molto difficile».

Giusto in queste ore Martin Frick, funzionario del Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite (Wfp), ha quantificato che quasi 4,5 milioni di tonnellate di grano si trovano nei porti ucraini. Uno stallo che potrebbe avere conseguenze molto rilevanti. «La fame non dovrebbe diventare un'arma», ha dichiarato Frick chiedendo che le materie prime alimentari ucraine possano essere messe in circolazione, così da alleviare la crisi planetaria.

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La rivolta dei senzacibo

Il ricordo va alla grave crisi alimentare, scoppiata a cavallo del 2007-2008, a causa dell’impennata dei prezzi sul mercato mondiale di grano e del riso. A causa di tale aumento dei prezzi, molti Paesi in via di sviluppo non furono in grado di acquistare quantità sufficienti di generi alimentari e, contemporaneamente, le fasce più deboli della popolazione, videro ridursi, in maniera repentina, il proprio reddito reale. Le rivolte contro il ‘caro cibo’, scoppiate in Egitto, Filippine, Haiti, Costa d’Avorio e Camerun, proprio nella primavera del 2008, ebbero come conseguenza la perdita i milioni di vite umane e la destabilizzazione economica e politica di aree già molto fragili e compromesse.

Anche le rivolte sociali, che vennero chiamate dalle testate giornalistiche occidentali ‘Primavera araba’, ebbero, tra le tante cause, anche la crescita del prezzo dei generi alimentari, in special modo del pane. In quel caso, a determinare un tale insostenibile rincaro dei prodotti alimentari, fu la difficoltà di produzione delle materie prime per via della siccità che colpì la Russia e il Kazakistan, aggravata dalle poderose inondazioni in Europa, Canada e Australia, oltre che da una speculazione finanziaria che determinò un ulteriore crescita del prezzo degli alimenti.

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Anche ai giorni nostri il rischio di disordini sociali è molto alta. In Sudan, per esempio, migliaia di persone sono scese in strada, non solo nella capitale Khartum ma anche in altre città, per protestare contro il rincaro del prezzo del pane, che era schizzato, già dal 13 marzo scorso, a +40%. In Egitto, dove il prezzo del pane è aumentato del 50%, le riserve di cereali e la produzione nazionale si stima che basteranno solo fino al prossimo novembre. Non rimane che chiedersi cosa capiterà dopo.

La situazione è drammatica anche in Siria, paese martoriato da una guerra recente. Oltre il 60% della popolazione siriana, ossia 12,4 milioni di persone, soffre la fame. Parliamo di un Paese che, a causa della guerra civile e della pandemia, ha una economia al collasso: il 90% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, il tasso di disoccupazione è arrivato al 60% e il salario minimo nel settore pubblico è di appena 26 dollari.

Anche qui, a causa della interruzione delle importazioni dalla Russia, i prezzi del cibo sono raddoppiati e rischiano di aumentare ulteriormente. Il Governo ha iniziato il razionamento di grano, zucchero, riso e carburante ma manca una soluzione a più ampio raggio. Il mancato approvvigionamento di cereali dalla Russia e dall’Ucraina sta mettendo in ginocchio anche il Corno d’Africa dove paesi come l’Etiopia. Il Kenya e la Somalia convivono da molti mesi con una grave carestia. Ancor prima della guerra, la situazione, poi, era a dir poco disastrosa a causa di una grave siccità e della devastazione portata dalle locuste del deserto.

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L'altro lato della globalizzazione alimentare

Secondo Roberto Sensi, responsabile del programma diseguaglianze globali di ActionAid «la globalizzazione del cibo rende i Paesi poveri estremamente dipendenti dalle importazioni e vulnerabili agli choc che si possono verificare sul lato dell’offerta. La dipendenza dai mercati internazionali e i cambiamenti climatici, oltre alla mancanza di investimenti e risorse da destinare all’agricoltura, determina una conseguenza enorme sul piano sociale: il numero di affamati aumenta e ci troviamo di fronte a una situazione di grave crisi alimentare».

Non bisogna dimenticare che la mancanza di cibo, e l’instabilità politica e sociali dei Paesi che ne sono colpiti, determinano anche un aumento dei flussi migratori e di disordini sociali cui effetti si sentono a migliaia di chilometri di distanza. È la famosa legge per cui si è tutti collegati, ma di cui ci si ricorda solo quando a stare male siamo noi.

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