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CINAOmicron è più forte anche degli “anticorpi” del Dragone

29.03.22 - 15:15
La variante sta mettendo in luce i limiti del modello cinese. Là dove il virus, in due anni, ha circolato pochissimo.
AFP
Omicron è più forte anche degli “anticorpi” del Dragone
La variante sta mettendo in luce i limiti del modello cinese. Là dove il virus, in due anni, ha circolato pochissimo.
Pechino ha fatto della sua politica di tolleranza zero una medaglia da esporre nella competizione ideologica con gli Stati Uniti e il mondo occidentale. E anche questo rende difficile un'inversione di rotta che, però, non può avere alternative.

PECHINO - Dall’essere i primi della classe al rischio concreto di trovarsi a ripetere l’anno. La metafora scolastica si presta piuttosto fedelmente a tracciare la cornice delle difficoltà che il modello “tolleranza zero” messo in campo, sin dai primissimi giorni, dalla Cina per mettere il guinzaglio alla pandemia di Covid-19 sta incontrando in questa fase.

Ai vaccini e alle mutazioni del virus Pechino non ha (finora) concesso di avere alcuna voce in capitolo. La linea da seguire, da oltre due anni a questa parte, è infatti rimasta la medesima: alla minima scintilla di un possibile focolaio di coronavirus scattano i tamponi a tappeto per intere città e il lockdown mirato per milioni di persone. Maglie strettissime, imposte da un giorno all’altro, che bene e a lungo hanno funzionato nel contenere il virus, dopo l’afflato iniziale di Wuhan e fino alla sua incarnazione Delta. Poi però è arrivata la “svolta” di Omicron, con il suo “variopinto” corredo di mutazioni, e gli “anticorpi” del Dragone si sono anch’essi scoperti non più invincibili. E, soprattutto, quello zero è scomparso.

Lo “zero” che non tornerà più
Qualche numero per contestualizzare meglio il quadro: durante il mese di marzo la Cina è arrivata ad avere a un certo punto oltre 40 milioni di abitanti in lockdown nello stesso momento, 17 dei quali nella sola Shenzhen. Le immagini delle code infinite sui marciapiedi, con i cittadini diretti a farsi testare, hanno fatto rapidamente il giro del mondo. Ieri è toccato ai 26 milioni di abitanti di Shanghai. I nuovi casi giornalieri nel Paese oggi veleggiano nell’ordine delle migliaia dopo essere rimasti inchiodati su massimi che molto raramente hanno superato la doppia cifra per quasi 24 mesi consecutivi. Cifre che si erano viste solamente a Wuhan, quando tutto è iniziato. Cifre che potranno anche sembrare irrisorie considerato che stiamo pur sempre parlando di un Paese che racchiude tra i suoi confini quasi un miliardo e mezzo di abitanti. Cifre che però non sono più quello zero; da esibire come un trofeo. E, quel che è più rilevante ora, che potrebbero non tornare più a esserlo.

La verità, che lo si voglia o meno, è che Omicron ha “tout court” riscritto le regole della pandemia. Le lettere greche che l’hanno preceduta non avevano muscoli così scattanti né tempi di recupero così brevi; il virus è diventato rapidissimo tanto nel trasmettersi quanto nel suo periodo d’incubazione, quello necessario per poter riprendere la sua corsa verso un nuovo ospite.

La variante ha trovato campo aperto nelle popolazioni nonostante un elevato grado di immunità, risultato combinato delle campagne di vaccinazione e delle precedenti infezioni. Ma proprio grazie a questi fattori - senza però risparmiare lo shock iniziale, che alla comparsa di numeri elevatissimi si è tradotto immediatamente in un’alzata generale della guardia -, gli effetti sulla salute pubblica (complice anche una sintomatologia in generale meno severa di quella innescata dalle “versioni” precedenti del virus, ndr.) sono stati meno gravi rispetto alle ondate del passato. È una sequenza che abbiamo largamente osservato in Europa e nel Nord America, ma che non può invece essere perfettamente sovrapposta alla situazione cinese.

Un Paese “vergine”, dove il virus non ha mai circolato
I motivi sono essenzialmente due. Il primo è che nonostante in Cina la copertura vaccinale sia prossima al 90%, questa sia stata in larghissima parte raggiunta attraverso la somministrazione dei due principali preparati cinesi basati su virus inattivato - prodotti da Sinovac e Sinopharm - che hanno mostrato livelli di efficacia più bassi rispetto ai loro “colleghi” sviluppati con tecnologia mRna. Il secondo è che in Cina, in questi due anni, il virus di fatto non ha mai circolato. Non si sono mai verificate ondate di contagi, almeno fino a ora, mentre noi abbiamo perso il conto.

Nasce così quel cosiddetto “China’s Immunity Gap”, che fa da titolo a un articolo pubblicato lo scorso gennaio sulla rivista “Foreign Affairs”. In quelle righe l’esperto di Cina e politiche sanitarie Yanzhong Huang indicava che, secondo una «stima grezza», in quel momento solamente l’1% della popolazione cinese aveva acquisito un’immunità naturale infettandosi con il virus. E, citando le sue stesse parole, si giungeva così a un probabile bivio: «A meno che la Cina non decida di abbandonare la mentalità “zero Covid”, dovrà adottare misure di controllo sociale ancora più draconiane fino a quando il virus non scomparirà» o in alternativa «affrontare uno tsunami provocato da Omicron».

Pechino, è indubbio, prima o poi si troverà a dover rimodellare la sua strategia che, come ha messo in evidenza anche l’epidemiologo e già direttore scientifico del Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie infettive cinese Zeng Guang, «non può restare inalterata per sempre» dato che «l’obiettivo sul lungo periodo è quello di arrivare a una convivenza con il virus».

Una medaglia a cui rinunciare
Non solo. La politica stringente della tolleranza zero ha sicuramente evitato la diffusione massiccia del coronavirus, ma lo ha fatto ponendo enormi zavorre sulla vita della popolazione. Anche in Cina milioni di piccole aziende sono state costrette ad abbassare le serrande per sempre in quest’ultimo biennio. E nel 2021, indicano i dati pubblicati da Statista.com, il tasso di mortalità ha raggiunto il picco massimo dall’alba del nuovo millennio: 7.18 decessi ogni mille abitanti. L’eccedenza, scrive “The Diplomat”, è di circa 160’000 morti rispetto all’anno precedente. Un tributo di vite umane pesantissimo e probabilmente imputabile, almeno in parte, agli effetti secondari dei massicci lockdown; tra questi, l’impossibilità per i pazienti cronici di ricevere cure adeguate e tempestive.

Un’inversione di rotta, per concludere, ha però implicazioni che vanno oltre la salute pubblica e sfociano nella pura politica. La capacità di azzerare così a lungo i contagi dentro i propri confini è una medaglia che il Dragone si è appuntato sul petto. Una vittoria lunga mesi che è stata inserita, e citiamo nuovamente Huang, nel contesto di una «competizione ideologica con gli Stati Uniti e l’Occidente». E sarà quindi interessante capire in quale modo questa rinuncia andrà a configurarsi in futuro (e quanto presto questo futuro arriverà).

Le possibilità? Ci viene incontro un’analisi del “Center for Strategic & International Studies”, in cui vengono formulate alcune ipotesi e tratteggiati possibili scenari. Pechino potrebbe ispirarsi alla flessibilità del modello australiano. Oppure ridefinire, a mezzo propaganda, l’effettiva minaccia posta dalla variante Omicron per la salute pubblica; dissipando i timori della popolazione e, perché no, decidere pure di «di denigrare l’Occidente» in quanto «fonte dei problemi legati a Omicron». Un classico affaire à suivre.

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