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Quegli abusi nascosti che hanno sconvolto l’ortodossia ebraica

Il suicidio di un noto rabbino e scrittore di successo, accusato di pedofilia, ha aperto una voragine senza fondo


Il 27 dicembre scorso, si è ucciso a Petah Tikva, in Israele, Chaim Walder, rabbino ultraortodosso di 53 anni e scrittore di successo di libri per bambini. L’uomo era stato accusato, a seguito di una indagine del quotidiano israeliano Haaretz, di aver abusato per anni di bambine e ragazzine ed ha deciso di porre fine alla sua vita sparandosi un colpo di pistola alla testa, sulla tomba del figlio.

Lo scrittore ha lasciato un biglietto nel quale si professava innocente e si scagliava contro i rabbini che lo avevano accusato di pedofilia: «La pericolosa cancel culture-aveva scritto Walder-è giunta anche qua dalla Grande Sorella America. Un fenomeno pericoloso che distrugge carriere gloriose con un colpo di spugna. Sui social, l’internauta è l’Accusatore autoproclamato, il Giudice, il Boia».

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Un uomo insospettabile

La vicenda ha avuto un’enorme risonanza in Israele, dove Walder era una vera e propria celebrità. Nato nel 1968, aveva insegnato in una scuola religiosa ed era stato proprio in questa fase della sua vita che aveva scoperto il suo talento di scrittore. Il giornalista Yäir Ettinger, aveva spiegato che i suoi libri hanno avuto un effetto rivoluzionario per almeno due generazioni di persone e che «danno spazio alle emozioni e ai sentimenti dei bambini».

Apprezzato dalla comunità ortodossa, ne era diventato uno dei rappresentanti di maggior successo, non solo quale scrittore ma anche come terapeuta di coppia e popolare giornalista sul quotidiano ortodosso Yated Ne’eman. L’accusa di violenza sessuale, rivoltigli dal quotidiano laico Haaretz, ha avuto un effetto dirompente alla luce del fatto che, alle prime due accusatrici si erano poi aggiunte altre venti persone tra donne, ragazze e ragazzi.

Costoro avevano depositato una denuncia al tribunale rabbinico di Safed, preposto a giudicare sui casi di violenza sessuale avvenuti all’interno della comunità ortodossa ebraica, che le aveva sentite, in qualità di testimoni, il 26 dicembre 2021. Chiam Walder era stata giudicato colpevole dal tribunale rabbinico per atti contrari alla Torah ed invitato a pentirsi ma, forse spinto dalla vergogna e dal peso della gogna mediatica, si è suicidato il giorno successivo alla condanna.

ReutersYehuda Meshi Zahav, durante una missione di soccorso per uno tsunami in Thailandia, nel 2005.

«Non avrebbe potuto ferire un'anima»

La notizia della morte dello scrittore ha sconvolto ancor più l’opinione pubblica, anche in considerazione del fatto che, poco tempo prima, era stato denunciato per abusi su minori anche un altro esponente della comunità ortodossa, Yehuda Meshi-Zahav, fondatore della nota organizzazione non governativa di volontariato Zaka, e vincitore del Premio Israele, l’onorificenza più importante dello stato d'Israele, che viene conferita per alti meriti culturali.

L’uomo, 59 anni, era stato accusato di aver abusato sessualmente di donne e bambini per alcuni decenni, utilizzando la sua posizione di prestigio, e di mettere in atto atti intimidatori volti a ridurre al silenzio le sue vittime. Nel marzo del 2021, era stata aperta ufficialmente una indagine a suo carico sulla base di diverse denunce presentate da donne, uomini, adolescenti e bambini di tutte le età.

Il 22 aprile dello scorso anno, l’attivista aveva tentato di togliersi la vita ed era stato portato, in condizioni critiche, allo Saare Zedek Medical Center di Gerusalemme. Nel suo appartamento era stato rinvenuto un biglietto che preannunciava l’imminente suicidio, ma i figli di Meshi-Zahav si sono divisi tra coloro che ritengono il biglietto autentico e chi sostiene che sia stato falsificato. Un vicino di casa dell’attivista aveva comunque riferito alla polizia che l’uomo appariva molto provato ed usciva di casa solo per recarsi in sinagoga.

Haim Otmezgin, direttore delle unità speciali di Zaka, subito dopo il fatto, si è detto convinto che le accuse contro il fondatore della Ong provenissero da persone che avevano cercato di ricattarlo dicendogli che «se non accetti di farci raccogliere fondi per l’organizzazione ti seppelliremo e distruggeremo al tua famiglia». «Chi conosce Meshi-Zahav sa che non potrebbe mai ferire un’anima. Lo conosco da 25 anni, ha aggiunto Otmezgin. 

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Una spaccatura profonda

La comunità ultraortodossa israelitica deve rispondere pubblicamente, forse per la prima volta, di diversi reati sessuali avvenuti al suo interno, e la portata di un tale scandalo rischia di spaccarla in due fronti nettamente opposti.

La notizia del suicidio di Chaim Walder, per esempio, ha diviso la comunità tra i liberali, favorevoli all’imputazione dello scrittore, e i più conservatori, che lo avevano difeso dalle accuse rivoltigli. La spaccatura aveva coinvolto gli stessi rabbini, divisi tra coloro che avevano inizialmente difeso Walder sostenendo che gli accusatori stavano infrangendo la regola stabilita dalla Torah contro il pettegolezzo e quelli che, invece, si erano scagliati contro lo scrittore avanzando anche la richiesta che venissero messi al bando tutti i suoi libri.

La comunità ultraortodossa in Israele si trova nel mirino di un movimento di protesta che è stato accostato a quello del #Metoo che, in ogni parte del mondo, si è fatto portavoce di denunce di abusi e molestie sessuali. Tale accostamento, è stato supportato anche da Israel Cohen, un noto commentatore ultraortodosso, il quale però ha rimarcato anche il fatto che, per parlare della nascita di una nuova sensibilità in merito a queste problematiche, le proteste dovrebbero essere condivise anche da esponenti delle istituzioni, rabbini e partiti politici, e non solo da sparuti gruppi di attivisti.

Sul caso dello scrittore morto suicida, si è trovata divisa anche la carta stampata. Alcuni giornali ortodossi, infatti, si sono limitati a fare solo un velato riferimento alle proteste contro le molestie sessuali, definendole «la rivolta», mentre il sito d’informazione ortodosso Mishpacha ha scritto un lungo articolo di denuncia contro la stampa ultraortodossa, rea di non parlare a sufficienza dell’accaduto, e della comunità ortodossa ebraica nella quale esisterebbe una legge non scritta in forza della quale gli abusi sessuali devono essere nascosti al suo interno.

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Due volte vittime

Il silenzio omertoso con il quale è stato trattato il caso Walder da molti giornali ortodossi, ha fatto anche una vittima. Shifra Yocheved Horowitz, giovane ebrea ortodossa si è, a sua volta, suicidata «sconvolta-dice una scrittrice che la conosceva bene-alla vista delle esaltazioni rabbiniche della figura di Walder e per la censura dei mass media ortodossi circa l’accuse di violenza sessuale mosse nei suoi confronti».

Anche la ragazza era stata vittima di analoghi abusi sessuali e non aveva retto all’impatto mediatico della vicenda. Se, come detto, una parte degli organi d'informazione di stampo conservatore vorrebbero poter sorvolare sulle notizie relative alle proteste di piazza, i social media e la carta stampata più liberale ritiene giusto dar voce al movimento di protesta.

Per strada è possibile leggere dei volantini a sostegno delle vittime di violenza con su scritto ‘Noi vi crediamo’ e molte sono le iniziative nate perché venga dato sempre più rilievo a casi di violenza sessuale fino ad ora coperti dalla comunità ortodossa. I centralini telefonici delle organizzazioni di soccorso sono stati, in pochi giorni, intasati dalle telefonate di denuncia e le proteste, fino ad allora tenute a bada, sono affiorate alla luce del sole.

Una degli attivisti che più si sta spendendo per la causa è Avigayil Heilbronn, fondatrice di un movimento contro gli abusi sessuali in Israele chiamato ‘Lo Tishtok’, ossia ‘Non rimarrai in silenzio’. Pur definendosi essa stessa una haredi, una ebrea ultradortodossa, si ritiene altresì una femminista moderna e da anni lavora in un centro che offre sostegno ed aiuto alle bambine e ragazze vittime di violenza sessuale.

In una intervista rilasciata al New York Times, l’attivista ha definito le reazioni al caso Walder come «una cosa storica» perché è stata capace di evidenziare delle divisioni all’interno della comunità ortodossa «piuttosto inedite». «C’è un risveglio in tutta la comunità-ha detto Aaron Rabinowitz, autore, con la collega Shira Elk dell’articolo di denuncia sull’Haaretz-per anni gli ultraortodossi hanno voluto gestire i loro problemi tra di loro. Queste rivelazioni permettono di dire alle vittime: siete pazzi, queste cose sono successe davvero»

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