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Nello Spazio per una soluzione al Covid

Nello Spazio lui c'è stato. Umberto Guidoni è il primo astronauta europeo sulla Stazione Spaziale Internazionale.


Ed è convinto più che mai che molte risposte ai virus si possono trovare nell'Universo.

Gli highlights che il decennio 2020-2030 ha promesso al cielo stanno viaggiando con fiducia avveniristica verso un futuro ancora da disegnare, ma già pronto a spingersi negli abissi dell’oltre atmosferico per aprire all’umanità la strada delle stelle. Il grande show della corsa allo Spazio sta vivendo la sua seconda Golden age e tra i leader nel mondo nell'esplorazione del ciclopico oceano marziano vi è proprio l’Italia. A sottoscriverlo, con a curriculum ben due missioni NASA e un totale di 27 giorni, 15 ore e 10 minuti trascorsi nel firmamento, è Umberto Guidoni, primo astronauta europeo ad aver posato piede sulla più grande struttura abitabile mai costruita nei cieli: la Stazione Spaziale Internazionale (SSI). Come un moderno Ulisse, l’ex viaggiatore del cosmo enumera le sfide che si profilano davanti alla razza umana e svela i nuovi segreti sul «vicinato celeste».

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Ci dica Guidoni, è nello Spazio che si giocherà la grande sfida dell’innovazione tecnologica?
 «In parte sì; d’altronde la Stazione Spaziale, con i suoi tre laboratori, sta offrendo la possibilità di condurre svariati esperimenti che potranno portare a un accrescimento delle nostre conoscenze nei vari ambiti della ricerca scientifica. In condizioni di microgravità, infatti, è possibile analizzare con precisione la forma 3D di un determinato virus. Conoscere a fondo la struttura tridimensionale di un virus è indispensabile, perché consente di realizzare dei medicinali in grado di colpire con maggiore precisione un particolare agente patogeno».

Mi sta dicendo che nello Spazio si può fare ricerca.
«Tra qualche anno, in assenza di peso, potrà essere addirittura possibile coltivare cellule staminali e riprodurre vasi sanguigni, cornee, come pure tessuti nervosi. Insomma quella che è diventata «la nostra casa comune nello Spazio» è stata un banco di prova importante per capire come si lavora, si vive e si fa ricerca a 400 Km di altitudine, ma anche il primo passo verso un ritorno all’esplorazione spaziale che si è fermata con le missioni lunari».

Infatti se il 2024 verrà ricordato come anno del primo allunaggio della nuova era, il 2021 passerà senz’altro alla storia come data significativa del turismo spaziale. Anche se l’«astroturismo» è un fenomeno ancora agli albori, lo Spazio è destinato a diventare una meta per dépliant turistici?
«Credo che entro fine secolo i viaggi «no limits» diventeranno un’impresa se non alla portata di tutti, sicuramente di una platea più larga. Parliamo di un business che fa gola a molti; d’altra parte è capace di generare entrate per miliardi di dollari l’anno.  Le iniziative che riguardano questo settore sono sempre più numerose, ma alcune sembrano ancora troppo futuristiche. La più ambiziosa è quella avanzata dalla Bigelow Aerospace di Las Vegas, già partner della Nasa, intenzionata a mettere in orbita un hotel spaziale gonfiabile. Ma per raggiungere questo «albergo tra le stelle» occorrerà sviluppare aerei-razzo più confortevoli e sicuri. Non c’è da stupirsi che sia proprio una compagnia aerea, la Virgin, a essersi lanciata in questo campo con una società chiamata, forse con un po’ di vanità, Virgin Galactic».

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Si dice che la vera nuova frontiera nello Spazio siano gli asteroidi.
«Ve lo confermo. Anche se questi antichi corpi celesti sono visti come una temibile minaccia, potrebbero diventare le miniere spaziali del futuro da cui estrarre i metalli che cominciano a scarseggiare sulla Terra, come platino, rodio, palladio o iridio.  Non è un caso che molte compagnie, non necessariamente esperte nel campo spaziale, abbiano già messo a punto veri e propri progetti indirizzati a intercettare gli asteroidi che transitano nelle vicinanze della Terra, allo scopo di agganciarli e a trainarli nell’orbita terrestre. In questo modo l’estrazione delle materie prime avverrebbe con maggiore facilità. Lucy, partita il 16 ottobre alla volta degli asteroidi troiani – intrappolati dalla gravità di Giove e del Sole – potrà darci ulteriori informazioni scientifiche su queste grandi rocce spaziali. I primi dati della sonda, che opererà «oltre il cielo» per 12 anni, verranno ricevuti sulla Terra nel 2033».

Anche le comete sono la frontiera del XXI secolo?
«Certamente! Essendo costituite da ghiaccio potrebbero trasformarsi in una fonte di approvvigionamento importante per rifornire di acqua sia eventuali basi spaziali sia la Terra, quando quest’ultima nei prossimi decenni potrebbe avere difficoltà a rigenerare il suo patrimonio di H2O. Il problema di questi «iceberg spaziali», però, è che sfrecciano a velocità vertiginose, ragion per cui risulta poi difficile planare sulla loro superficie. A documentarlo è lo storico primo tentativo di «atterraggio soffice» di una sonda spaziale su una cometa, terminato a fatica nel 2016 con la missione Rosetta dell’ESA. Inoltre allo stesso modo sappiamo che il ghiaccio è presente pure sotto la superficie di Marte. Anche questa scoperta potrebbe essere decisiva per i primi insediamenti umani nello Spazio. In tal caso si concretizzerebbe il primo progetto di ingegneria planetaria o «terraforming», una pratica capace di modificare l'atmosfera e la temperatura di alcuni corpi celesti del Sistema solare. Il fine ovviamente è renderli più adatti alle forme di vita terrestre».

Intende dire che per i «terraformatori» il pianeta più abitabile del Sistema Solare è Marte?
«Sì, ma parliamo di un disegno futuribile. Intendo dire che prima di colonizzare il Pianeta rosso su scala planetaria, dovremo alimentare la vita all’interno di villaggi marziani protetti da cupole, rese abitabili anche grazie alla presenza di acqua derivata dalla fusione del ghiaccio. Quando l’atmosfera marziana avrà raggiunto livelli respirabili e le temperature saranno salite, il clima di Marte potrebbe avvicinarsi a quello delle Ande o del Kashmir. A questo punto si potrebbe tentare di lanciare una agricoltura indigena, con piante da coltivare e da esportare sulla Terra. L’obiettivo è quello di realizzare una moderna economia marziana». 

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Ad oggi sarebbe più semplice «terraformare» un pianeta o raggiungere una stella?
«Indubbiamente sarebbe meno utopistico colonizzare Marte o qualche luna di Giove. Purtroppo con le attuali tecnologie, per raggiungere Proxima Centauri, la stella a noi più vicina, ci vorrebbero oltre 40mila anni».

Quindi questo significa che attualmente non è possibile compiere viaggi interstellari!
«Impossibile no, ma molto, molto difficile; del resto la velocità necessaria per raggiungere le stelle è quella della luce e al momento non siamo neppure vicini a possedere una tecnologia simile.  Anche se potessimo viaggiare a velocità prossime a quelle della luce, dovremmo considerare gli effetti della relatività di Einstein. Significherebbe, ad esempio, fare i conti con il fenomeno della dilatazione del tempo. Se un’astronave potesse muoversi a una velocità pari al 95% di quella della luce, un viaggio di andata e ritorno verso una stella a 100 anni luce di distanza, richiederebbe 105 anni terrestri, ma per i passeggeri ne sarebbero trascorsi poco più di 30».

Se la velocità della luce si rivelasse un limite insormontabile, dovremo abbandonare l’idea di viaggiare oltre il nostro Sistema Solare?
 «Benché la fisica tradizionale ci dica che viaggiare a una velocità prossima a quella della luce sia praticamente impossibile, ciò non ci impedisce di pensare a nuovi sistemi di trasporto capaci di spostarsi nello spazio anche per secoli, a velocità inferiori. Bisognerebbe però prepararsi a un viaggio di sola andata, ben diverso da quello a cui siamo abituati oggi. Il viaggio in questione si svolgerebbe a bordo di gigantesche «navi generazionali», capaci di ospitare una comunità di migliaia di persone e coloro che arriveranno a destinazione saranno i discendenti dell’equipaggio di partenza». 

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Esistono pianeti con caratteristiche simili a quelle della Terra? 
«Io credo di sì. In un futuro non troppo remoto potremo avere prove concrete dell’esistenza di tali pianeti. Ci sono già diversi candidati ma per esserne certi avremo bisogno di dati più precisi come quelli che saranno raccolti dalle nuove generazioni di telescopi».

Gli astronomi dicono che, solo nella Via Lattea, ci sono oltre 200 miliardi di stelle e forse altrettanti pianeti. Alcuni di questi mondi potrebbero ospitare vita extraterrestre?
«Se così non fosse, ne sarei sorpreso. Qualcuno è convinto che gli Ufo ci abbiano già raggiunto. Io francamente sono molto scettico a tal riguardo, perché se troveremo tracce di una civiltà extraterrestre, saranno prove incontrovertibili e non solo le immagini sfuocate di qualche fotografo amatoriale.  Se mai otterremo la dimostrazione che la Terra non è l’unico pianeta nel quale si è sviluppata la vita, sarà una vera “rivoluzione culturale”, una svolta nella storia dell’umanità.  A prescindere da questo però, sono comunque persuaso dall’idea che gli esseri umani siano destinati a dirigersi verso le stelle e a lasciarsi indietro questo fragile pianeta che, per secoli, è stato la culla della nostra civiltà». 

In orbita, al momento, ci sono migliaia di satelliti e molti milioni di residui: spazzatura potenzialmente pericolosa che vola sopra le nostre teste. Quali soluzioni sono state proposte per superare il problema dei detriti spaziali?
«Ho suggerito, scherzando, che servirebbe un corpo di Vigili dello Spazio pronto a «multare» chi non rispetta le regole del traffico interplanetario. Più realisticamente, andrebbero costruiti satelliti che prima di esaurire le proprie risorse di energia o combustibile, abbiano la capacità di spostarsi su orbite meno trafficate per non intralciare le orbite più affollate (quelle ad un migliaio di km dalla Terra, dove si trovano i satelliti per l’osservazione della Terra e quelle a 36mila km, dove sono i satelliti geostazionari per le telecomunicazioni). Se da una parte gli Svizzeri sono in corsa con il CleanSpace One, un satellite dotato di pinze in grado di afferrare i rifiuti, altri Paesi europei stanno studiando sistemi per catturare i satelliti danneggiati e farli deorbitare in modo che si distruggano a contatto con l’atmosfera terrestre». 

La Settimana mondiale dello Spazio 2021 ha celebrato le donne. Lei, Guidoni, è a favore della «corsa in rosa» all’Universo?
«Assolutamente sì, specialmente perché in assenza di peso differenze come la forza fisica diventano ininfluenti. Attualmente la presenza di donne nel corpo degli astronauti americani è pari al 30%, e anche se quello europeo e russo annoverano una minore percentuale femminile, la situazione sta rapidamente cambiando. Lo dimostra il nome della nuova missione Nasa che ha in serbo di portare per la prima volta una astronauta donna sul suolo lunare. Il programma in oggetto si chiama appunto Artemide, ed è annunciato 50 anni dopo lo storico progetto Apollo». 


Appendice 1

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