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Fondazione Arnold Liebster/TiPress
Simone Arnold-Liebster: a sinistra da bambina, a destra nel 2001 alla mostra sulle vittime dimenticate.
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«A scuola rifiutai di dire “Heil Hitler”, mi processarono e mi separarono dai miei genitori»

La storia di Simone Arnold e della sua famiglia, per far luce sulle persecuzioni tedesche dei testimoni di Geova

L'arrivo dei nazisti, quando lei faceva le elementari: «I miei genitori mi avevano preparata, sapevo cosa aspettarmi»

di Redazione
JC/RED

MULHOUSE - Non furono solo gli ebrei a subire la persecuzione, le atroci violenze e le deportazioni da parte del nazismo ma anche altre minoranze. 

Nell'occasione del Giorno della Memoria, che si tiene il 27 gennaio di ogni anno e celebra le vittime dell'Olocausto, tio.ch/20minuti ha avuto la possibilità di parlare con la signora Simone Arnold-Liebster, testimone di Geova e perseguitata per la sua fede.

La sua storia inizia quando l'esercito tedesco occupò l'Alsiazia dove viveva con i genitori. Lei, ai tempi, era una studentessa delle elementari.

Cosa significa vivere la persecuzione nazista con gli occhi di una bambina?
«In realtà, i miei occhi rimasero "infantili" per poco tempo. Avevo dieci anni quando la Seconda guerra mondiale fece precipitare l'Alsazia nel tumulto. Fortunatamente, i miei genitori avevano iniziato a educarmi molto presto. Anche nella fede. Mi avevano istruita su cosa avrei dovuto aspettarmi in caso d'invasione dei tedeschi. Ho sviluppato una mia coscienza molto presto e l'ho addestrata. Mi dicevano spesso che ero "troppo seria" per la mia età».

Lei è stata derisa, maltrattata a scuola, separata dai suoi genitori. Ha sofferto la fame, la persecuzione. Non ha mai pensato "chi me lo fa fare, 'solo' per la fede"?
«Leggendo la Bibbia, si impara in fretta che gli standard morali e religiosi sono elevati. E basta studiare un po' di storia per entrare in contatto con gli scontri tra religioni e la persecuzione di alcuni popoli. Ho capito cosa può succedere a chi è "diverso". Capitava spesso che mio padre leggesse i racconti ad alta voce per mia madre, e io ascoltavo tutto da sotto il tavolo. Tutta la mia infanzia è stata intrisa di "lezioni di coraggio"».

Quando ancora andava a scuola, dove trovava la forza di essere "diversa" e non conformarsi al comportamento di tutti gli altri bambini?
«Il mio unico desiderio, profondo, era di seguire la mia coscienza, educata dalla Bibbia. Volevo dimostrare a Dio quanto lo amassi con la mia obbedienza. Le leggi di Dio, per me, sono sempre state al di sopra di quelle umane. Quando avevo 11 anni la mia scuola era ormai "nazista", dovevamo imparare una lezione sulla razza superiore a scapito di quella chiamata "Untermenschen". Era un insegnamento scioccante, degradante, l'opposto di quello che ero io. Volevano che dicessi "Heil Hitler", riconoscendolo come un salvatore. Non potevo di certo tradire il mio Dio. Avrei dovuto rendere conto di quella decisione. Ed è stato lui a darmi la forza».

Quali furono le cose più "difficili" di quel periodo che ricorda?
«Tra il 1942 e il 1943 mi rifiutai di fronte a 45 studenti di fare il saluto a Hitler. Venni quindi espulsa. Avevo solo 12-13 anni. Mi portarono davanti a due psichiatri, nella speranza che denunciassi altri Testimoni di Geova. Il Tribunale per i minorenni mi disse chiaramente che ogni possibilità di istruzione, di lavoro, veniva compromessa se non mi fossi piegata. E, infine, mi dissero che mi avrebbero tolto dalla custodia di mia madre. E mi ci mandarono davvero in quel riformatorio».

Che ricordo ha della separazione dai suoi genitori?
«La mamma mi accompagnò fino alla porta del riformatorio. Era un donna positiva e con una forza morale esemplare. Mio padre era stato arrestato dalla Gestapo e per mesi non avemmo sue notizie. È stata l'esperienza più dolorosa della mia vita. Dopo alcune settimane nella prigione locale, fu portato nel campo alsaziano di Schirmeck, poi a Dachau. Fu da lì che riuscì a inviarci una lettera. Venne sottoposto a un esperimento medico, quindi trasferito a Mauthaussen. Tornò a casa nel 1945, irriconoscibile. Era anche completamente sordo, il suo orecchio era stato schiacciato da uno stivale delle SS».

Che cosa significa per lei il triangolo viola?
«Era il segno usato nei campi di concentramento per identificare i Testimoni di Geova. Un simbolo scelto dai nazisti. Per me rappresenta una grande testimonianza della forza di una buona coscienza, di integrità e la testimonianza vivente della forza protettiva di Dio».

Per due anni, da bambina chiusa in riformatorio, ha pensato che i suoi genitori fossero morti. Com'è stato rincontrarli?
«Era davvero difficile ricostruire la vita. Papà era provato non solo nell'animo, ma anche nel fisico. E la nazione soffriva il dopoguerra. Ma l'unità della nostra fede ci ha permesso di ripartire, di essere una famiglia. Per me è stato "strano" anche tornare a parlare. Per due anni in riformatorio ero stata costretta al silenzio assoluto, non potevo neppure leggere o scrivere. Le cose piano piano hanno ricominciato a funzionare, papà e mamma sono tornati al lavoro, io a seguire dei corsi. E abbiamo continuato ad alimentare la nostra fede di Testimoni di Geova».

Qual è il messaggio che intende lasciare a chi legge la sua storia, che condivida o meno la sua fede, il motivo per cui è stata perseguitata?
«La storia contiene una lezione, ma per trarne vantaggio è necessario disporre di criteri che resistano alla prova del tempo. Io l'ho sperimentato seguendo il sentiero dell'amore e l'insegnamento della Bibbia. Avevo la conoscenza più preziosa, che mi permetteva di essere in pace, "attrezzata" per qualsiasi opera buona. Vivere in pace con la propria coscienza e non avere nulla di cui vergognarsi dona felicità e nutre la determinazione a perseverare».

Chi è Simone Arnold?

Simone Arnold nacque il 17 agosto 1930, in un piccolo villaggio dell’Alsazia. Aveva tre anni quando i suoi genitori si trasferirono nella città industriale di Mulhouse. Lì la madre cominciò a studiare le pubblicazioni edite dagli Bibelforscher (Studenti biblici, oggi Testimoni di Geova) e tutta la famiglia abbracciò la fede. Quando l'Alsazia divenne bersaglio privilegiato del programma nazista “Heim ins Reich”, Simone e i suoi genitori - che si rifiutarono di piegarsi ai decreti nazisti - subirono minacce e coercizioni. Il padre Adolphe fu il primo a venire arrestato. Simone, allora undicenne, rifiutò di fare il saluto hitleriano e di cantare i canti nazisti. Rimproverata, ridicolizzata, espulsa dalla scuola, fu infine affidata a un giudice dei minori, poi chiusa in un riformatorio nazista. Per due anni le fu impedito tassativamente di parlare. Nel frattempo i suoi genitori erano stati internati nel campo di concentramento di Schirmeck. La sua è una delle poche storie a lieto fine: alla fine della guerra scoprirono di essere sopravvissuti e riuscirono a riunirsi e iniziare una nuova vita. Simone frequentò un corso di formazione d’Arte decorativa e in seguito andò negli Stati Uniti per seguire dei corsi biblici. Nel 1956 sposò Max Liebster, anche lui sopravvissuto. 

L'intera storia di Simone Arnold-Liebster è disponibile sulla rivista Svegliatevi!, edizione del 22 settembre 1993, pp. 15-19. Ha pure scritto un libro, "Sola di fronte al leone", Editions Schortgen.

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Ultimo aggiornamento: 2022-05-23 16:55:45 | 91.208.130.87