Keystone
MONDO
11.09.2020 - 17:400
Aggiornamento : 17:57

Cemento negli oceani: "divorati" due milioni di chilometri quadrati

«Il problema è grave, ma fino ad oggi è stato poco considerato»

BOLOGNA - Quantificata per la prima volta l'impronta del cemento sugli oceani. Barriere artificiali, porti commerciali e turistici, tunnel e ponti, piattaforme petrolifere, parchi eolici, infrastrutture per l'acquacoltura avanzano nei mari di tutto il mondo e ad oggi hanno "divorato" una superficie di oltre due milioni di chilometri quadrati in termini di modifica permanente di habitat e impatto sugli ecosistemi e biodiversità.

Impatto destinato a crescere ulteriormente del 50-70 per cento nei prossimi otto anni. Da qui l'urgenza di un piano 'green' anche per le coste.

Questo il quadro tracciato da due studi internazionali, uno pubblicato su Nature Sustainability, 'Current and projected global extent of marine built structures' che ha stimato l'impronta; e l'altro, sulle possibili soluzioni, 'Emerging Solutions to Return Nature to the Urban Ocean' pubblicato sulla Annual Review of Marine ScienceAnnual Review of Marine Science.

«L'aumento costante degli ambienti marini che vengono permanentemente modificati dalla presenza di costruzioni, con effetti in molti casi irreversibili, è un grave problema fino ad oggi poco considerato», spiega Laura Airoldi, delle Università di Bologna e di Padova che ha partecipato agli studi.

In particolare, la superficie che queste strutture occupano a livello globale all'interno delle zone economiche esclusive (l'area di mare sotto la gestione dei singoli Stati che può arrivare fino a 200 miglia dalla costa) - spiegano i ricercatori - è in proporzione paragonabile all'estensione del suolo urbano rispetto al totale della terraferma.

Si tratta di un'area che gli studiosi hanno stimato oggi in almeno 32.000 chilometri quadrati di infrastrutture, che tuttavia modificano oltre due milioni di chilometri quadrati se si considera il totale dell'area di oceano che subisce l'impatto permanente della presenza di queste infrastrutture, con cambiamenti nelle caratteristiche del fondale, nei movimenti delle acque, nella presenza di varie forme di inquinamento, e nella distribuzione delle specie.

«Fortunatamente, però - sottolinea Airoldi - esistono oggi numerosi approcci emergenti che possono favorire uno sviluppo più sostenibile degli ambienti marini urbanizzati». È necessario innanzitutto, dicono i ricercatori, sviluppare anche in mare criteri di edilizia "verde" che garantiscano la sostenibilità. In parallelo, azioni mirate di ripristino di habitat marini che offrono una protezione naturale contro erosione e inondazioni delle aree costiere, quali la vegetazione delle barene, le dune di sabbia, e i letti di ostriche, meglio dei muri di cemento. Poi lo sviluppo di nuove biotecnologie per l'ambiente marino per ripulire e rivitalizzare le aree contaminate. Importante anche il capitolo di nuovi strumenti economici e incentivi.

«Riuscire a bilanciare le diverse necessità sociali ed economiche delle città costiere, garantendo al tempo stesso la difesa degli ambienti marini - conclude Airoldi - è una delle sfide più grandi del nostro tempo».
 
 

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