La «sporca decina»: quei crimini contro l'ambiente

Alcuni dei più gravi incidenti che hanno ferito mortalmente Madre Natura e, quindi, la salute pubblica. Colpe e conseguenze dei più grandi disastri ambientali

di Redazione
Luisa Maurelli
di Redazione
Sal Feo

In lingua quechua si chiama Pacha Mama ed è la Madre Terra, simbolo di fertilità. Ormai da diversi anni, però, Pacha Mama ha cominciato a lanciare vistosi segnali di pericolo, in tutto il mondo, richiamando l'attenzione degli uomini sugli ingenti danni ambientali provocati da una cieca smania di guadagno. Alla base del cambiamento climatico arrivato a livelli di estremo pericolo causando notevoli disastri ambientali c'è la mano dell'uomo che, noncurante delle conseguenze del proprio operato, continua a sottrarre risorse al nostro pianeta con comportamenti al limite della sicurezza. I risultati di tutto ciò sono una serie di conseguenze catastrofiche che precipitano, rovinosamente ed irrimediabilmente, sui sistemi naturali che garantiscono la nostra sopravvivenza. Tra i crimini compiuti contro l'ambiente e, quindi, contro l'umanità, ce ne sono dodici particolarmente gravi e, più o meno, tristemente noti che meriterebbero un'attenzione maggiore ed un monitoraggio continuo per evitare ulteriori catastrofi. 


Keystone
Questa è la città di Solnechny (Sunny) nella zona abbandonata intorno a Chernobyl. La popolazione qui è stata evacuata dopo il disastro di Chernobyl nel 1986.

· Chernobyl, 26 aprile 1986: incidente nucleare presso la centrale Lenin

L'evento è il primo disastro nucleare di proporzioni catastrofiche indicato con il livello 7 della scala internazionale degli eventi nucleari e radiologici (INES) adoperata dall'agenzia internazionale per l'energia atomica (AIEA). L'utilità di questa scala è quella di rendere facilmente percepibile anche ai non addetti ai lavori l'entità di un incidente nucleare, e quello di Chernobyl era di livello massimo. Mancanze da parte del personale e problemi dell'impianto trasformarono un test di sicurezza nella centrale situata nell'Ucraina settentrionale, in un gigantesco disastro che causò 65 morti accertate e sviluppò una nube radioattiva che, dissolvendosi nell'aria, contaminò la zona circostante, arrivando sino all'Europa. La relazione tecnica definitiva stilata per spiegare l'origine del catastrofico incidente, insieme agli errori del personale tecnico e dirigenziale, indica importanti problemi strutturali dell'impianto, peggiorati da una lacunosa gestione anche economica. Durante il famigerato test di verifica della corretta funzionalità della centrale, furono compiute madornali violazioni delle norme di sicurezza. Ci fu però anche mancanza di buon senso, da parte degli operatori che provocarono un repentino ed incontrollabile aumento della temperatura e, quindi, della potenza del nocciolo del reattore responsabile dell'esplosione. Il sistema di raffreddamento fu distrutto da enormi pressioni di idrogeno ed ossigeno, alla base anche della violenta apertura del reattore che provocò sia l'incendio sia la nube radioattiva. La contaminazione nucleare rese necessaria l'evacuazione di oltre 335 mila persone nelle zone adiacenti ed arrivò anche nei Paesi dell'Europa orientale, oltre che in Scandinavia ed in Finlandia. Livelli di pericolosità inferiori interessarono anche la Svizzera, l'Italia, la Francia, l'Austria, la Germania, i Balcani e persino qualche tratto della costa nord americana. I dati riguardanti le conseguenze del disastro, diffusi dal Chernobyl Forum e dal rapporto ufficiale dell'Onu, stimano altri 4 mila decessi per cancro e leucemia nell'arco di 80 anni dall'incidente, ma sono stati contestati dalle associazioni antinucleariste internazionali, compresa GreenPeace che parla di 6 milioni di decessi, a livello mondiale, nei 70 anni successivi all'incidente.

 


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Persone che scavalcano detriti per dirigersi verso la loro casa nella zona devastata dallo tsunami e dal terremoto di magnitudo 9,0 che devastarono il Giappone nord-orientale e innescato un disastro nucleare nella centrale nucleare di Fukushima Daiichi

· Fukushima, 11 marzo 2011: un disastro nucleare

Sempre a sfondo nucleare fu il disastro verificatosi in Giappone in seguito ad un terremoto di magnitudo 9 che, avvenuto in mare, provocò uno tsunami con onde alte oltre 30 metri. Il terremoto sottomarino, verificatosi al largo della costa di Tōhoku, causò il maremoto che distrusse i generatori di emergenza destinati al controllo ed al funzionamento delle pompe di raffreddamento dei reattori. Il surriscaldamento portò a tre gravi alterazioni nucleari, con esplosioni di idrogeno ed aria e rilascio di materiale radioattivo durante i quattro giorni successivi all'incidente. Al disastro si aggiunsero anche le conseguenze dell'utilizzo delle acque oceaniche per il raffreddamento dei macchinari. Sedici mesi dopo il disastro della centrale nucleare di Fukushima, del grado massimo della scala INES, la commissione di indagine (National Diet of Japan Fukushima Nuclear Accident Independent Investigation Commission) indicò le cause dell'incidente. Sconcertante fu l'ammissione di prevedibilità di quelle cause derivanti anche dal mancato rispetto dei requisiti di sicurezza necessari da parte della Tokyo Electric Power Company (TEPCO), operatore della centrale che non aveva provveduto neanche alle disposizioni di contenimento di eventuali danni e a fornire un piano di evacuazione. Tre mesi dopo questa denuncia di responsabilità, la Tepco ammise di non aver previsto le misure di sicurezza richieste per timore di procedimenti legali o proteste contro i propri impianti nucleari. La massiccia ed immediata evacuazione non ha evitato le conseguenze per gli abitanti della zona ancora esposti alla contaminazione a lungo termine e mai risarcite. Circa 1600 decessi registrati sarebbero stati provocati proprio dallo stress per lo sgombero, mentre continua la bonifica dell'area di Fukushima anche con una barriera ghiacciata del suolo creata per prevenire contaminazioni ulteriori delle falde acquifere sottostanti. La Tepco continua a provvedere al monitoraggio costante dell'impianto ed alle operazioni di bonifica della centrale e dell'area circostante.


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Una donna e suo figlio giacciono morti in una strada in questa foto del 3 dicembre 1984 dopo la fuga di gas tossico a Bhopal, in India. L'incidente uccise migliaia persone e contaminarono l'acqua e il suolo.

· Bhopal, 3 dicembre 1984: la nube tossica

4 mila morti e 50 mila contaminati a causa di una nube di pesticidi fuoriuscita dallo stabilimento della Union Carbide India Limited, fabbrica consociata della multinazionale americana Union Carbide. La nube tossica, formatasi dopo la fuoriuscita di 40 tonnellate di isocianato di metile impiegato per la produzione di fitofarmaci, provocò la morte immediata di 2259 persone e l'avvelenamento di altre decine di migliaia. I decessi direttamente dipendenti dal disastro furono 3787  secondo le dichiarazioni del governo di Madhya Pradesh, mentre le agenzie governative parlavano di 15 mila vittime. La parte ulteriormente tragica dell'evento riguarda i prodotti chimici ancora presenti nell'insediamento industriale ormai abbandonato che, considerata l'assenza di provvedimenti di bonifica e contenimento, continuano ad inquinare le zone circostanti. Ai danni evidenti dell'evento si aggiunge la beffa dei procedimenti legali a carico dei suoi responsabili. Mentre  processi civili e penali sono ancora in corso, nel 2010, un tribunale di Bhopal ha accusato di omicidio colposo per grave negligenza otto ex dirigenti indiani della Union Carbide India Limited, compreso il presidente dell'epoca. La condanna, pari a 2 anni di carcere e 2 mila dollari di multa, è stata contestata da attivisti e civili, mentre i condannati, liberi su cauzione di poche centinaia di dollari, sono anche ricorsi in appello.


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La Chevron Taxaco in Ecuador, in 26 anni di attività ha gettato 60 miliardi di litri di residui tossici nei fiumi dell’Amazzonia

· Ecuador, 1964-1990: l'inquinamento della foresta Amazzonica

Ancora lo sfruttamento delle risorse petrolifere causa il pesante inquinamento della foresta Amazzonica e  l'avvelenamento delle acque con 60 miliardi di litri di residui tossici. Sono questi i dati determinati dall'atteggiamento superficiale durante i 26 anni di attività di produzione petrolifera della Chevron-Texaco in Ecuador. Lo sversamento di 680 mila barili di greggio con il conseguente avvelenamento di flora, fauna ed acque, si aggiunge ai quasi 16 milioni di galloni di acqua tossica e molto cancerogena versati dalla Texaco su ammissione dello stesso rappresentante legale della compagnia, Rodrigo Pérez Pallares. Conseguenza del disastro è stato lo sterminio delle popolazioni locali con i pochi sopravvissuti costretti ad abbandonare la propria terra d'origine per trasferirsi altrove, mentre i rimpalli giudiziari hanno impedito, sino a questo momento, l'adeguato risarcimento degli agricoltori locali. Le vittime confidano in una definitiva sentenza di ecocidio per la Chevron-Texaco, considerate le pesanti colpe imputabili alla multinazionale, responsabile di quella catastrofe ambientale per omissione di protezione dell'ambiente. La Texaco, infatti, disponeva delle tecnologie necessarie per proteggere i terreni sottostanti i bacini di greggio, ma non le ha utilizzate mettendo l'interesse economico di gran lunga al di sopra della sicurezza umana e della protezione delle biodiversità presenti nella giungla. Quegli stessi dispositivi erano stati utilizzati dalla compagnia per l'estrazione del petrolio negli Stati Uniti, ma  furono del tutto ignorati in Ecuador.  Un comportamento che testimonia la loro disponibilità e consapevolezza di un atteggiamento criminale dipendente dal loro mancato utilizzo. Così come negli Stati Uniti, infatti, la Texaco, avrebbe dovuto collocare una membrana capace di reggere calore, umidità e pesi per evitare infiltrazioni di petrolio. L'acqua tossica raccolta durante le operazioni di estrazione sarebbe stata posizionata al posto del greggio al termine delle operazioni, senza conseguenze inquinanti. L'Ecuador, invece, è stato deliberatamente deturpato dall'ingordigia della Chevron-Texaco che ha privilegiato gli interessi economici a quelli ambientali. La compagnia petrolifera, nello stato sudamericano, dispose solo un sistema di tubi di evacuazione che impediva il riempimento delle piscine di acque tossiche che venivano sversate nelle acque confinanti e filtravano nel sottosuolo, vista l'assenza delle membrane di contenimento brevettate dalla stessa azienda. Ai danni provocati direttamente dal disastro ambientale con una particolare incidenza di casi di cancro e leucemia, si aggiungono quelli dipendenti dalla povertà visto che gli animali morti avvelenati per aver bevuto acque contaminate, venivano regolarmente consumati dalle popolazioni locali con conseguenze anche mortali.


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Ricchi giacimenti di petrolio per le multinazionali, ma tumori, leucemie, malattie della pelle per le popolazioni locali

· Nigeria, 1976-1988: il petrolio mortale

La frenetica estrazione di petrolio nel delta del fiume Niger danneggia l'ambiente e la popolazione locale. La scoperta di ricchi giacimenti di petrolio sul proprio territorio, ne rende ancora oggi la Nigeria uno dei più importanti produttori, con un'economia strettamente legata a questo settore. La frenetica produzione di barili di oro nero, grazie ad una grande ricchezza di riserve, rappresenta un'enorme fonte di guadagno che alle popolazioni locali, però, riserva scarsissimi guadagni ed un gravissimo inquinamento ambientale. I giacimenti rappresentano la parte macroscopica del problema fatto anche di condotte vecchie ed ormai inadeguate che favoriscono la dispersione del petrolio nel sottosuolo, insieme ad emissioni di gas. Le conseguenze per la salute sono disastrose: tumori, leucemie, malattie della pelle sono le espressioni prevalenti di una vita dalle basse aspettative rispetto ad altre zone del Paese. L'insofferenza della popolazione locale è più che palpabile e viene espressa con iniziative particolari. La nascita del Movement for the Emancipation of the Niger Delta (Mend), per esempio, segna l'inizio di una serie di rapimenti ai danni di lavoratori delle raffinerie delle società petrolifere operanti sul territorio, mentre fa notizia la richiesta di risarcimento danni fatta all'Eni da una comunità nigeriana per i danni subiti dall'esplosione delle condutture della società. Tutte le proteste sono contro le multinazionali che sfruttano il territorio senza provvedere alla tutela della salute e dell'ambiente, ma anche contro i governi locali che non intervengono per la salvaguardia di popoli e territorio locali.


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Era il 30 gennaio del 2000 un’ondata di cianuro si riversò nel Danubio, in Romania. Morirono oltre 1400 tonnellate di pesci.

· Romania, 30 gennaio 2000: il Danubio ucciso dal cianuro

Il cedimento della diga di contenimento del bacino di decantazione dalla miniera d'oro di Auriol, in seguito alle abbondanti piogge durate 23 ore continue, provoca un'onda di cianuro che si muove verso il Danubio, distruggendo la fauna e la flora incontrate. La catastrofe ambientale fu enorme: alcune centinaia di metri cubi di materiale minerario, tra metalli pesanti e cianuro di sodio, arrivarono ai corsi d'acqua e le cento tonnellate di cianuro, dopo aver attraversato la Romania, arrivarono in Ungheria finendo nel Danubio. Morirono oltre 1400 tonnellate di pesci e fu compromessa la sopravvivenza di molte specie ittiche insieme alla potabilità di diverse sorgenti d'acqua. All'origine del disastro furono riconosciuti alcuni difetti nella progettazione della diga, oltre alla mancanza di controlli appropriati, il tutto aggravato da rischi non calcolati ed estreme perturbazioni atmosferiche. Il danneggiamento della diga apparve molto grave in fase di perizie. Queste infatti stabilirono come il monitoraggio dei flussi d'acqua era stimato genericamente e non misurato effettivamente e costantemente. Il gravissimo incidente ha portato ad una maggiore messa in sicurezza della miniera. Furono costruiti altri bacini di contenimento ed il controllo delle tubazioni e della stessa diga fu regolarmente effettuato ogni 2 ore riuscendo così ad individuare tempestivamente eventuali lesioni. Anche la misurazione della concentrazione del cianuro divenne più frequente.


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Le sabbie bituminose sono considerate l'attività industriale più dannosa per il nostro pianeta.

· Canada, il bitume killer

Lo sfruttamento delle sabbie bituminose, che avviene ormai regolarmente dagli anni Settanta ai piedi dell Montagne Rocciose, è considerata l'attività industriale più dannosa per il nostro pianeta. Ricavare il combustibile grezzo estraendolo dalle sabbie bituminose è considerato un sistema semplice ed economicamente conveniente, poiché il bitume tende a salire verso la superficie favorendo la formazione di grandi crateri all'interno dei quali si creano miniere a cielo aperto. La convenienza però si annulla al cospetto dei danni che questo sistema arreca all'ambiente circostante, ma anche a livello globale. Per poter sfruttare le sabbie bituminose, infatti, si richiede un massiccio disboscamento e l'impiego di abbondanti quantità di acqua. A questo si aggiungono i gas liberati durante il processo di estrazione, che vanno ad alimentare il dannoso effetto serra, e di metalli pesanti come piombo, nichel e cobalto. Questi danni collaterali incidono sulla salute umana facendo registrare un aumento pari al 30% di tumori tra gli abitanti di Alberta, rispetto al resto del Paese. Le proteste degli ambientalisti hanno rallentato l'estrazione dalle sabbie bituminose, ma le ferite inflitte all'ambiente non sono facilmente sanabili.  Incalcolabile il danno di inquinamento delle falde acquifere e la contaminazione animale.


Asociación Toxicológica Argentina

· Argentina, una montagna di piombo

La bomba ecologica della montagna di piombo di Abra Pampa sottopone le popolazioni locali all'inalazione di polveri minerarie, con conseguenze gravi per ossa, cervello, fegato e reni. L'eredità lasciata dall'impianto di Huasi, dismesso da quasi quarant'anni, dopo trenta di attività, è di 30 mila tonnellate di piombo. Questo enorme quantitativo di materiale altamente inquinante e pericolosissimo per la salute rappresenta un potente rischio chimico nella cittadina argentina, esponendo oltre l'80% della popolazione infantile ai danni causati dall'inalazione di polvere di piombo. Questa sostanza respirata o ingerita, non può essere in alcun modo espulsa o trasformata dall'organismo umano e finisce con l'intaccare cervello, reni, fegato ed ossa. Nei bambini questo processo è molto più dannoso poiché i più piccoli assorbono fino a 5 volte più degli adulti con la conseguenza di sviluppare danni cerebrali non curabili come ritardi mentali, basso quoziente intellettivo e dislessia. Il dato evidenzia come, ancora una volta, siano i più deboli a pagare le spese di un sistema di impiego smisurato e pericoloso delle risorse naturali presenti sul nostro pianeta.


Keystone
È il 22 aprile 2010. La foto mostra l'incendio a bordo della piattaforma mobile di perforazione offshore Deepwater Horizon nel Golfo del Messico. La fuoriuscita di petrolio ha rilasciato tra i 4 e i 5 milioni di barili di greggio nel mare.

· Golfo del Messico, 20 aprile 2010: il più grave disastro della storia americana

Durante la realizzazione di un pozzo sulla piattaforma petrolifera Deepwater Horizon della British Petroleum, un'esplosione ed un incendio provocano 11 morti e 17 feriti, oltre la fuoriuscita di petrolio dal fondale. L'incidente coinvolge il pozzo Macondo e causa uno sversamento di greggio, durato 106 giorni, che crea una marea nera ed un enorme quantità di ammassi sul fondale marino. Le imbarcazioni della BP avevano tentato, a lungo ed invano, di spegnere l'incendio e recuperare i superstiti. Inizialmente si escludeva l'ipotesi di un'emergenza ambientale grave, ma due giorni dopo l'esplosione, la piattaforma si inabissò permettendo al petrolio greggio di fuoriuscire a causa del cedimento delle valvole di sicurezza. Inutili i tentativi, compreso quello di una calotta di cemento, di bloccare la perdita e di contenere i danni. La conseguenza inevitabile fu un disastro talmente grande da non essere quantificabile, indicato come il più grave della storia americana. Le operazioni di realizzazione del pozzo erano quasi al termine quando si verificò la potente esplosione seguita da un incendio e dalla fuoriuscita di petrolio che determinò un enorme danno ambientale soprattutto lungo le coste della Louisiana. Quasi 800 tonnellate di petrolio galleggiavano sulle acque del Golfo del Messico danneggiando inesorabilmente gli ecosistemi marini, con conseguenze perduranti nel tempo. Fu fortemente compromessa la salute delle popolazioni locali e fu intaccata anche l'economia locale basata su pesca e turismo. Le vittime del disastro ambientale sono state risarcite con i 20 miliardi di dollari messi a disposizione dalla Bp dopo un accordo con il governo americano, ma resta difficile quantificare i danni all'equilibrio ambientale di quei luoghi, ferocemente colpito da questo immane disastro.


Aprile 1991. La superpetroliera Haven perde 13mila tonnellate di petrolio nel Mediterraneo

· Mar Mediterraneo, 11 aprile 1991: il più grave disastro ambientale nel mare italiano

La superpetroliera Haven cola a picco nel Mar Ligure, provocando la morte di 5 membri dell'equipaggio, compreso il comandante, e perdendo 134 mila tonnellate di petrolio. Il relitto dell'imbarcazione si trova ancora sul fondale marino antistante Arenzano ed è visitabile in compagnia di subacquei esperti. Il greggio sversato durante l'affondamento inquina ancora il mare del golfo di Genova dopo aver causato gravi danni all'ecosistema marino che, si calcola, perdureranno almeno per i prossimi 10 anni. La petroliera, dopo una violenta esplosione e dopo aver galleggiato spostandosi da Voltri verso Savona, fu trainata verso Arenzano, perdendo parte dello scafo. Solo l'impegno dell'Ammiraglio della Marina Militare, Antonio Alati, permise di contenere lo sversamento di petrolio, fermarlo in un'area delimitata da barriere contenitive e recuperarlo in parte. L'incidente viene indicato come il più grave disastro ambientale del mar Mediterraneo che vide bruciare migliaia di tonnellate di petrolio. 

 

Alla luce delle profonde ferite inferte dalla dissennata brama di guadagno e dalla superficialità dell'operato umano, suonano vere e pesanti da sopportare le riflessioni dello studioso americano Noam Chomsky, che sulla realtà ambientale che ci circonda afferma: «Da un capo all’altro del mondo le società indigene lottano per tutelare quelli che definiscono i diritti della natura, laddove le civiltà civilizzate e sofisticate si fanno beffe di quella che considerano una sciocchezza».

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Ultimo aggiornamento: 2020-09-22 20:22:01 | 91.208.130.86