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SVIZZERA
27.11.2017 - 06:040

Il 62% degli svizzeri vorrebbe vietare la vendita di pellicce

Mercoledì i politici discuteranno dell’introduzione di un divieto di importazione di prodotti ottenuti tramite il maltrattamento degli animali

BERNA - In Svizzera indossare la pelliccia - oppure accessori in pelliccia - non è più uno status symbol esclusivo, ma un fenomeno assai diffuso. Di conseguenza, il commercio in questo ramo è in piena espansione. Nel 2016, di pellicce, in territorio elvetico ne sono state importate 452 tonnellate: la cifra più alta in 24 anni, e nelle statistiche non sono inclusi gli accessori.

Una stima rivela che per la produzione ogni anno, a livello mondiale, vengono uccisi 75 milioni di animali: e gli svizzeri, secondo un sondaggio condotto dall’istituto di ricerca GFK su un campione di 1000 persone, non ci stanno. Tant’è vero che il 62% degli interpellati è favorevole a un divieto generale di vendita di pellicce in territorio elvetico.

Il sondaggio è stato effettuato per conto della Peta, l’organizzazione no-profit a sostegno dei diritti degli animali. Stando a quanto sostiene Frank Schmidt, specialista dell’organizzazione per l’abbigliamento, l’allevamento di visoni, procioni e volpi è redditizio solo maltrattando e torturando gli animali. E in Svizzera, ogni anno vengono importate tonnellate di pellicce provenienti da tali allevamenti. «È una contraddizione, questa, a cui la legislatura deve porre fine», tuona Schmidt.

Dal 2013 la Svizzera ha l’obbligo di dichiarare la provenienza delle pellicce, così come l’animale è stato cacciato o allevato. Da un controllo dell’Ufficio federale della sicurezza alimentare e di veterinaria (Usaf), tuttavia, sono emerse gravi lacune nell’attuazione della dichiarazione: sull’intero territorio elvetico sono stati esaminati circa 170 punti vendita e in oltre il 75% dei casi sono state presentate denunce, principalmente a causa di dichiarazioni incomplete.

Secondo la consigliera nazionale Pascale Bruderer (Ps) si deve agire al più presto: «L’obbligo di dichiarazione è inadeguato e non ha soddisfatto le aspettative». Nella popolazione l’accettazione delle pellicce sta diminuendo e quindi, secondo Bruderer, «non sorprende che la maggioranza sia favorevole a un divieto generale di vendita». «Potrebbero sostenere tale misura, ma scelgono un divieto sull’importazione: poiché il vero problema non è la pelliccia, ma la crudeltà applicata nei confronti degli animali».

In Svizzera, in ogni caso, secondo Bruderer, «la situazione è assurda e deplorevole», poiché che lo standard per il benessere degli animali è a un livello molto alto, ma nello stesso tempo è ancora legale importare prodotti ottenuti con crudeltà e maltrattamenti.

A Bruderer fa eco il consigliere nazionale Matthias Aebischer, che due anni anni fa aveva esortato il Consiglio federale a mettere in atto un divieto di importazione. Tant’è vero che il voto di mercoledì potrebbe avere conseguenze non solo sul mercato delle pellicce, «ma anche sul prodotti alimentari come il foie gras e le cosce di rana», precisa Aebischer.

Dall’altra parte della barricata, inevitabilmente, Thomas Aus der Au, vicepresidente di Swissfur: «Ci opporremo. Un divieto gioverebbe solo ai pregiudizi», dice, per poi difendersi dalle accuse della Peta: «Siamo particolarmente impegnati per il benessere degli animali negli allevamenti, sostenendo il programma WellFur».

 

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