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Da sinistra Rafael Valles Hilario, Manu Mahie, Victor Goemaere.
BELGIO
13.11.2017 - 06:000

Moar, quando il garage punk spinge sull'acceleratore: ecco “Future Furby”

Rafael Valles Hilario (voce, chitarra) racconta la genesi di “Future Furby” (Belly Button Records, 19 settembre 2017), il nuovo album dei Moar

 

ANVERSA - A sedici mesi dalla realizzazione di “I Wanna Horse” (Belly Button Records, 3 maggio 2016), il primo album del combo, lo scorso mese di settembre ha preso forma “Future Furby”, la sua prosecuzione.

Garage punk, in cui la massima propensione al lo-fi modula volutamente ogni singola traccia contenuta all’interno delle due produzioni (pubblicate in vinile, nastro e digitale): otto nella prima, diciassette nella seconda - di cui tredici di una durata inferiore ai due minuti -. Rock’n’roll nudo e crudo, da godere in pochi istanti, sfrecciando a bordo di una Spider, una Spider rosso fuoco.

Rock’n’roll nudo e crudo, che, tra l’altro, per inciso, in Belgio, nei pressi di Anversa, guida una scena musicale assai florida, alimentata da giovani gruppi - tra cui Leopard Skull, passato al Buskers di LongLake Lugano la scorsa estate - capaci di cucirsi addosso, quanto una seconda pelle, suoni e attitudini. Gruppi che Raf (Rafael Valles Hilario), proiettando sonorità e stili verso la loro massima espressione, ha portato con sé, all’interno della scuderia Belly Button, “DIY label” di cui è fondatore…

Raf, nelle fila dei Moar troviamo tuttora Victor Goemaere (basso), ma non Reno De Ben (batteria) dei Jagged Frequency…

«In sua sostituzione c’è Manu Mahie, che parallelamente milita nei Youff e nei Crowd Of Chairs, due band di Gand…».

Raccontami di questo secondo album, “Future Furby”...

«Siamo entrati in studio senza un piano specifico, e nemmeno sicuri della direzione che il disco avrebbe preso. Parte delle canzoni, oltretutto, sono venute alla luce in quegli stessi istanti…».

Cosa vuoi dirmi delle registrazioni?

«Buona parte di “Future Furby” è stato inciso con un otto tracce lo scorso mese di maggio, in due giorni, tra le mura del mio studio, il Tooth Mountain, che ho allestito all’interno di un box auto… Avremmo dovuto pubblicare il disco un po’ prima, ma mentre ero alle prese con le ultime rifiniture, il multitraccia si è rotto: un imprevisto che mi ha obbligato a portare a termine le registrazioni e il missaggio in agosto… Devo dire che a causa di questo intoppo ho avuto l’impressione di soffermarmi troppo sull’album, e non mi piace farlo…».
 
Perché? “I Wanna Horse” in quanto tempo è venuto alla luce?

«È stato inciso in un solo giorno...».

Raccontami delle canzoni contenute al suo interno...

«I Moar sono nati dall’embrione di una one-man-band: in pratica, ho iniziato a riflettere sul progetto circa tre anni fa, nel 2014, incidendo da solo alcune demo. Ciò che è contenuto nell’album è quel materiale, che in vista di una pubblicazione ufficiale ho voluto registrare in presa diretta con l’apporto di Victor e Reno, trasformandoci, nel contempo, in una band vera e propria...».

Dove collochiamo le maggiori influenze del gruppo?

«Credo in Ty Segall e in Jon Spencer...».

Che vuol dire Moar?

«È l’acronimo di Monkey On A Refrigerator. Che era il primo nome del progetto, prima di coinvolgere gli altri…».

Info: bellybuttonrecords.bandcamp.com

 

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