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19/05/2017 - 20:00

Non è più tempo per dibattere, ma di agire

Piero Marchesi, Presidente UDC Ticino

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Negli ultimi giorni sono emerse diverse voci contrarie alle proposte formulate dalla commissione parlamentare speciale “Prima i nostri”. Nulla di nuovo sotto il sole. Chi era contrario ai principi contenuti nell’iniziativa popolare costituzionale approvata dal popolo il 25 settembre 2016, lo è ancora oggi. La commissione speciale composta da tutti i membri dei partiti, che ho già avuto modo di ringraziare per l’ottimo lavoro svolto, ha formulato una serie di proposte coerenti e puntuali per l’applicazione della preferenza indigena e per la lotta al dumping salariale. L’UDC, da parte sua, conscia della propria responsabilità, ha presentato una legge d’applicazione conforme alla Costituzione federale e cantonale. Una legge tanto desiderata che alcuni politici di primo piano, rappresentati di partiti che avevano affossato il 9 febbraio a Berna, hanno assicurato fin dall’inizio il loro incondizionato appoggio. L’attuazione dell’iniziativa, che è ora testo costituzionale, è dunque sui banchi del Gran Consiglio ed è pronta per l’approvazione. L’attitudine della politica cantonale sembrerebbe essere però contrastante. Karin Valenzano Rossi, Vice Presidente PLR, sulle colonne del CdT in merito ai problemi del mercato del lavoro dichiara “Che la risposta a questo problema sia Prima i Nostri, soprattutto nella declinazione ipermacchinosa che vorrebbero darne alcuni, è una grande bugia!” Essa critica l’iniziativa dell’UDC, dimenticando che è stata approvata dal popolo. Sempre che per la rappresentante del PLR l’esito delle urne non valga solo quando i cittadini facciano come dice lei. È ridicolo poi argomentare con presunte eccessive regolamentazioni del mercato del lavoro o paventare complicate pastoie burocratiche, dimenticando quanto veniva fatto in passato riguardo al rilascio dei permessi per stranieri. Un sistema sperimentato, funzionale e che non presentava particolari impedimenti per l’economia. Malgrado quello prevedesse contingenti e tetti massimi mentre questo, solo l’obbligo di verificare se a pari profilo e esperienza professione non vi sia un residente in cerca di lavoro. Il presidente del partito socialista, Igor Righini, in una sua recente intervista ritiene che le differenti proposte commissionali “puliscono sul pulito”, come se la concretizzazione di “Prima i nostri” non apportasse alcun beneficio ai ticinesi. Beato lui se i problemi del nostro mercato del lavoro non lo sfiorano. Ma forse Righini era solo assente, disattento o dormiente quando il mio partito ha presentato la legge d’applicazione che introduce la preferenza indigena. Quella preferenza dei ticinesi che i socialisti fermamente e strenuamente combattono. Michele Rossi, definito esperto in diritto europeo, invece dalle colonne del GdP taccia senza mezzi termini l’iniziativa inapplicabile. Le motivazioni sono riconducibili al fatto che “Prima i nostri” è in contrasto con l’accordo sulla libera circolazione delle persone. Dal consulente giuridico della camera di commercio e padre dell’accordo non ci si poteva aspettare altro che un’accorata difesa con argomenti un po’ meno banali. Certo che la Costituzione svizzera è in contrasto con la libera circolazione delle persone, il Consiglio federale aveva per di più detto già nel 2012 che se fosse stata approvata l’iniziativa UDC sarebbe stato costretto a rescindere questo accordo. Anche il 25 settembre scorso tutti erano in chiaro che “Prima i nostri” intendeva reintrodurre la preferenza indigena. E dunque? Il tema è trito e ritrito, la popolazione si è espressa. Prima i Nostri deve essere applicata senza se e senza ma, proprio perché la Costituzione svizzera e la Costituzione ticinese lo permettono. La strategia dei detrattori di Prima i Nostri è chiara e palese; diffamare l’iniziativa e chi l’ha promossa, svilire le proposte di attuazione, condizionare il voto del Parlamento - che sarà presto chiamato ad esprimersi sul tema - e instaurare nel popolo ticinese paure e insicurezze. Chi oggi critica Prima i Nostri dovrebbe spiegare cosa ha proposto di concreto ed efficace negli ultimi anni per migliorare le condizioni di lavoro dei ticinesi. Si preferisce continuare a dire che il problema c’è, ma che la soluzione non esiste. Noi invece, piaccia o meno, una soluzione l’abbiamo formulata e ora non è più tempo per dibattere, ma di agire.

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